Essendo seguita la novità di Fiorenza in tanto vilipendio et carico di Santa Chiesa, parve a noi di consultare la Maestà del Re, che provisione gli paresse di farci, per la detention del Cardinale et dell’altre cose etc. Et havendo risposto S. M., per più sue, non solo parerli, ma confortatoci, persuasi et inanimiti noi a prender l’armi, offerendoci et promettendo voler fare ogni sforzo, et metter i figlioli et la vita propria per vendicar questa ingiuria fatta alla Sede Apostolica; di comune consenso fu deliberato di prender l’armi contro Lorenzo et suoi seguaci, come contra petram scandali et perturbatore della pace et quiete d’Italia, per metter la città di Fiorenza in libertà; sì come ancor noi et S. M. prefata, innanzi la detta novità, giustamente eramo obligati per scritture pubbliche, et di man proprie fatte, per la malignità d’esso Lorenzo, et per li scandali nati per sua opera in Italia et massimamente contra li Stati communi, et atteso che con simile studio havea Lorenzo cercato unirsi con la Lega contra detta Maestà per alienarci da quella.
Et primieramente, per giustificar la santa et giusta impresa, fu cominciato con l’armi spirituali, le quali non essendo bastate alla liberatione del Cardinale, fu necessario venire all’armi temporali, cioè alla guerra; nella quale il Re et ciascuno l’ha veduto quanto ci siamo portati virilmente, non manchando di danari nè di altra cosa necessaria, governandosi sempre con i recordi et consigli di S. M. Questo medesimo facemmo nella prattica della pace, quando tutte le potenze ancor fuor d’Italia erano al conspetto nostro, havendo in ogni atto quel riguardo all’honore et dignità del Re che della Chiesa.
Quest’anno presente habbiam fatto il medesimo sforzo et maggiore assai che l’anno passato, et per l’accrescimento et sforza maggiore dei nostri a Perugia; seguitando sempre di meglior animo per riportarne vittoria, per il fine decto di sopra, et per l’honor comune; et ciò non solo nella guerra di Toscana, ma di Lombardia. Et già il Signor Dio, per sua gratia, et l’havea preparata et quasi posta in mano per la rotta data ai nemici, nell’acquisto di Poggio Imperiale, con la vittoria ottenuta in Lombardia.
Vennero intanto gli ambasciatori del Duca, per compor la pace, domandando principalmente che si levassero l’offese. Parve alla Maestà del Re che noi gli dovessimo parlare gagliardamente, confortandoci che si dovesse insieme mandare a Milano per il medesimo effetto, instando per l’espulsion di Lorenzo; et così fu eseguito; et da S. M. furono sempre lodati i modi servati con i detti ambasciatori, et partiti esclusi; etiam che vi fossero molti Cardinali che ci dissuadessero detta esclusione, dicendo che tutto quello che confortava il Re, era perchè andassero a trattar la pace a Napoli, per haverne egli quel merito et honore, pur dicendoci che il Re la faria senz’haverci alcun riguardo, come all’hora fu communicato con messer Anello. Nondimeno noi non mutamo mai proposito, tenendo per certo che la Maestà Sua non faria altro che quel che fusse grato a noi et honore allo Stato della Chiesa, come continuamente ci affermava. Et non erano ancor arrivati gli ambasciatori a Napoli, che messer Anello ci propose, ch’era da considerare che se il Re escludeva in tutto gli ambasciatori del Duca, di non voler ricever Lorenzo in gratia, gliene seguia carico et l’esclusione della pace. Et noi, come quelli che dessideravamo la pace et l’honor del Re, fummo contenti che la prattica si tenesse, con tai mezi però che gli ambasciatori potessero chiamarsi esclusi, nè ancora obligarsegli per modo che, volendo pur l’esclusione di Lorenzo, non si potesse conseguire.
In questo mezo comparvero le littere della prattica di mastro Alessandro, con la copia d’alcuni capitoli offerti et a noi et alla Maestà del Re, per parte del quale messer Anello domandando un breve diretto al Re, per il quale potesse pratticare con detti ambasciatori in nome nostro; noi, benchè per diverse vie fossemo dessuasi a dar fede alla detta prattica, aggiungendosi che il Cardinal di Aragona haveva promesso molto largamente allo stato di Milano, che il Re accettarebbe i capitoli, ci contentammo che il Re trattasse a nome nostro, dicendo a messer Anello che scrivesse, con questo che la Maestà Sua ne avvisasse dì per dì delle occorrenze.
Et arrivati detti ambassatori et poco dopo maestro Alessandro, la Maestà Sua scrisse haverli uditi, et ancora l’ambassatore del Duca di Bari, con li quali se era turbata più che mai fosse stata in vita sua; parendogli che quei Signori di Milano non correspondessero agli oblighi et benefitii receuti; dicendo che mandarebbe qua mastro Alessandro, il quale non venne mai.
Dopo questo, messer Anello mostrò littere del Re, per le quali monstrava dubitare, che lo stato di Milano non fusse a i communi propositi. Item che il Re dubitava di una certa prattica de’ Venetiani col Re di Spagna et della prattica del detto Re con Genovesi; ricordando che era bene di venire alla pace per benefitio della Christianità, et ancora col perdonare a Lorenzo, mettendo mille deficoltà nella sua espulsione; et che quando bene l’espulsion seguisse, poteva egli nondimeno ritornare, come fece Cosimo; promettendo in ultimo che Nostro Signore haverebbe le conditioni portate per mastro Alessandro.
Noi, ancorchè nel secreto stessimo sospesi di questa proposta, non ci parendo haver sodisfatto al primo instituto per il quale fu prencipiata l’impresa, tenendo per certo che Lorenzo, il quale, beneficato, fu sempre cattivo, havesse ad esser peggiore nell’avvenire chiamandosi offeso; fummo nondimeno contenti di condescendere ai pareri del Re, et per suo rispetto perdonargli: con questo però che, se non si veniva alla conclusione di quanto si prometteva per mastro Alessandro si dovesse la vittoria dai Capitani.
La Maestà Sua, doppo che ci hebbe renduto gratie di tal remissione, disse che entrarebbe nella prattica nè mai consentirebbe alla pace salvo che con le condizioni ragionate, confermandosi col parer nostro, che la vittoria si seguisse. Et havendo scritto i Capitani dell’essercito che ogni speranza che si dava a Lorenzo, d’havergliesi a perdonare, era dannosa alla total vittoria, la Maestà Sua se ne turbò, dicendo che non si legava le mani all’essercito per la prattica della pace. Et fummo contenti di sodisfare al Re, non ostante che le ragione dei Capitani più ci sodisfacessero.
Hauto immediate Colle, Sua Maestà mutò parere; perchè, dove si dovea seguir la vittoria, fece far instantia che si levassero l’offese, per gratificare gli ambasciatori; di che prendemmo admiratione et dispiacere, cresciendo il sospetto che ci era stato posto; et stavamo durissimi a non voler consentire. Ma instando pur messer Anello, et cognoscendo noi non poter far la guerra soli, fummo contenti; protestando però che, se per questo levar dell’offese si difficoltassero le conditioni della pace, ci aggravaremmo in eterno del Re; et così faremo della necessità virtù, restando però malcontenti, conoscendoci esser levata la vittoria et il contento di haver cacciato quel tiranno, et restituita la libertà al Popolo fiorentino et la quiete et tranquillità a tutta Italia. Restava a noi questa speranza che, havendoci il Re tirato dove haveva voluto, dovesse almeno concludere la pace con le conditioni ragionate et haver qualche rispetto all’honor di Dio, di Santa Chiesa et suo proprio.