Lorenzo andò a Napoli, della quale andata il Re scrisse non haver hauta notitia, ma che, se andava per mancare ad una minima parte delle cose promesse per mastro Alessandro, non l’udirebbe, et lo licentiarebbe; et che in quel caso noi dovevamo metter la mitra et tutto lo Stato della Chiesa, et la Maiestà Sua vi voleva porre la corona et dieci Regni, se tanti ne havesse hauti, per proseguire l’espulsione di Lorenzo et la sua total rovina.

Stringendosi la prattica, il Re scrisse che Lorenzo negava che fussero state promesse alcune di dette conditioni etc. Et lasciamo andare che non sia stato licentiato, ma è stato ogn’hora maggiormente honorato. Doppo, Sua Maestà ha scritto che Lorenzo non vuol venire a domandar perdono; et perciò essortatoci a levarsi di questa mente, che abbia a venire: non considerando che noi non habbiamo altro colore di honor di questa impresa, che di tal venuta.

Propose di più che si dovesse concedere un certo termine ai Signori di Romagna, di poter domandar perdono, mettendo per fermo et saldo il capitolo di Francia.

Et ricusando noi di voler acconsentire a queste così vittuperose conditioni, la Maiestà Sua di novo scrisse, che havea hauto Lorenzo et fattolo chiaro dell’animo nostro. Diceva haverlo ridotto in modo che sperava che condescenderebbe alla sua venuta con buone sigurtà, et così acconsentirebbe al capitolo dei Vicarii, et a comprometter le terre, et secondo che era stato ragionato.

A’ tre dì dipoi, il Re scrisse, che Lorenzo havea mutato openione, perchè lo stato di Milano non consentiva ad alcuna parte delle cose ragionate, confortandoci a mandar giuntamente ambassatori a Milano.

Noi habbiamo ricusato di mandare il detto ambassatore, sapendo che la mutatione non nasce da quella Maestà, la quale era inclinatissima et dispostissima all’honor di Dio, di Sua Santa Chiesa et alla pace, ma che da altri procedeva quella mutatione. Et che se la pace si poteva fare con le conditioni ragionate et promesse, fosse con il nome di Dio; et quando anche non, la Maestà Sua provedesse come ricercava il bisogno et l’honor commune, havendo Lorenzo nelle mani; il quale per le conditione nelle quali si trovava, non era da credere che ricusasse, nè, volendo, potesse ricusarle. Così la Maestà Sua procedeva unitamente con noi, com’era obligata in tanti modi et deve fare; acciò che non si verificasse quello che è stato detto pubblicamente, cioè che la Maestà Sua, per salvare Lorenzo, non se era curata dell’honore di Dio, della Chiesa et del suo proprio. Et quando la pace non si potesse havere con le dette conditioni, noi ci risolvemo di non mai acconsentire et di restar più tosto così così, raccomandandoci a Dio et a san Pietro, sperando che ci habbiano d’aiutare. Doppo questa conclusione il Re, per mezo di messer Lorenzo da Castello, ha proposto l’ultimo partito, cioè che la dechiaratione dei Vicari si rimetta nella Maestà Sua. Et non contentando noi a questo, di nuovo lo replica a voi, magnifico messer Antonio Crivello. Della qual cosa noi non solo habbiamo preso ammiratione ma gravissimo affanno et infinito dispiacere; parendoci che il Re, per queste vie, cerchi di tirarci a quelle cose, che non possiamo concedere senza nostro grandissimo carico. Perchè, se ben noi potessimo pigliare ogni fede dal Re, non è però che non ce sia carico, non ottenendo l’esclusione de i Vicarii, nella publica stipulatione della lega compresa. Nè sì fa per il Re, havendo a sententiare secondo la voglia nostra, perchè così offenderà l’altra parte sententiando l’esclusione, quindeci dì o un mese doppo la stipulatione, come nella stipulatione della lega; et pare a noi che non vi sia dentro l’honor della Chiesa nè il nostro nè mancho del Re; il quale sempre si dirrà che, per sodisfare a Lorenzo, habbia posposto l’uno et l’altro, non obstante li beneficii recenti, l’obligation del feudo, l’investitura et le scritture publiche et di man propria, come di sopra. Et però noi ci siamo resoluti che si facci intendere al Re, che siamo stati contenti di perdonare a Lorenzo, per far quest’honore a Sua Maestà, et per fargli cosa grata; non ostante che noi conoscessimo havere la vittoria in mano, etiam che di questa impresa non ne consiguivamo alcuno honore, havendo noi speso un pozzo d’oro per ottenerla. Et siamo contenti perdonare a Lorenzo et di far la pace, quale habbiamo desiderato sempre, et per haverla buona et sicura fu cominciata la guerra. Et di ciò preghiamo il Re strettamente, quando si possa haver con le conclusioni ragionate et promesse tante volte per Sua Maestà; quando anco non si possano havere le conditioni promesse, noi ci conosciamo non esser mancato da noi di conseguir la vittoria, nè etiandio di non predir questo fine per le cose precedenti. Conosciamo non poter venire alle conclusioni, mancandosi delle cose promesse, senza nostro grandissimo vittuperio, alla qual cosa non siamo per acconsentire; ma ben preghiamo la Maestà Sua, che vi voglia provedere, come può ragionevolmente [e] deve fare, havendo Lorenzo nelle mani, et venendo da lui il manchamento, come gli è attribuito. Et quando Sua Maestà non voglia far questo, n’haveremo dispiacere per li detti rispetti, et haveremo patienza, sperando che Nostro Signore Dio non habbia d’abbandonarci, et confidaremo così nella sua misericordia.

Nº XI. (Vedi pag. [421].)

LETTERA CONTENENTE LE ISTRUZIONI E CONSIGLI DI LORENZO DE’ MEDICI AL FIGLIO GIOVANNI, QUANDO FATTO CARDINALE, ANDAVA A ROMA NEL MARZO 1492.

(Fabroni, Documenti, pag. 308.)

Messer Giovanni. Voi sete molto obbligato a Messer Domenedio, e tutti noi per rispetto vostro, perchè oltra a molti benefici et honori, che ha ricevuti la Casa nostra da lui, ha fatto che nella persona vostra veggiamo la maggior dignità che fosse mai in casa; et ancora che la cosa sia per sè grande, le circostantie la fanno assai maggiore, massime per l’età vostra et conditione nostra. Et però il primo mio ricordo è, che vi sforziate esser grato a Messer Domenedio, ricordandovi ad ogn’hora, che non i meriti vostri, prudentia o sollecitudine, ma mirabilmente esso Iddio v’ha fatto Cardinale, et da lui lo riconosciate, comprobando questa conditione con la vita vostra santa, esemplare et honesta; a che siete tanto più obbligato per havere voi già dato qualche opinione nella adolescentia vostra da poterne sperare tali frutti. Saria cosa molto vituperosa et fuor del debito vostro et aspettatione mia, quando, nel tempo che gli altri sogliono acquistare più ragione et miglior forma di vita, voi dimenticaste il vostro buono instituto. Bisogna adunque, che vi sforziate alleggerire il peso della dignità, che portate, vivendo costumatamente, et perseverando nelli studi convenienti alla professione vostra. L’anno passato io presi grandissima consolatione, intendendo che, senza che alcuno ve lo ricordasse, da voi medesimo vi confessaste più volte et communicaste; nè credo, che ci sia miglior via a conservarsi nella gratia di Dio, che lo abituarsi in simili modi et perseverarvi. Questo mi pare il più utile e conveniente ricordo che per lo primo vi posso dare. Conosco che, andando voi a Roma, che è sentina di tutti i mali, entrate in maggior difficultà di fare quanto vi dico di sopra, perchè non solamente gli esempi muovono, ma non vi mancheranno particolari incitatori et corruttori; perchè, come voi potete intendere, la promotione vostra al Cardinalato, per l’età vostra et per le altre conditioni sopraddette, arreca seco grande invidia, et quelli che non hanno potuto impedire la perfetione di questa vostra dignità, s’ingegneranno sottilmente diminuirla, con denigrare l’opinione della vita vostra, et farvi sdrucciolare in quella stessa fossa, dove essi sono caduti, confidandosi molto debba lor riuscire per l’età vostra. Voi dovete tanto più opporvi a queste difficultà quanto nel Collegio hora si vede manco virtù. Et io mi ricordo pure havere veduto in quel Collegio buon numero d’huomini dotti et buoni, e di santa vita. Però è meglio seguire questi esempi, perchè facendolo, sarete tanto più conosciuto et stimato, quanto l’altrui conditioni vi distingueranno dagli altri. È necessario che fuggiate come Scilla et Cariddi, il nome della hipocrisia et come la mala fama; et che usiate mediocrità, sforzandovi in fatto fuggire tutte le cose che offendono, in dimostratione et in conversatione non mostrando austerità o troppa severità; che sono cose, le quali col tempo intenderete et farete meglio, a mia opinione, che non le posso esprimere. Voi intenderete di quanta importanza et esempio sia la persona d’un Cardinale, et che tutto il mondo starebbe bene se i Cardinali fussino come dovrebbono essere, perciocchè farebbono sempre un buon Papa, onde nasce quasi il riposo di tutti i Cristiani. Sforzatevi dunque d’essere tale voi, che quando gli altri fussin così fatti, se ne potesse aspettare questo bene universale. Et perchè non è maggior fatica che conversar bene con diversi huomini, in questa parte vi posso mal dar ricordo, se non che v’ingegnate, che la conversatione vostra con gli Cardinali et altri huomini di conditione sia caritativa et senza offensione; dico misurando ragionevolmente, et non secondo l’altrui passione, perchè molti volendo quello che non si dee, fanno della ragione ingiuria. Giustificate adunque la conscientia vostra in questo, che la conversatione vostra con ciascuno sia senza offensione. Questa mi pare la regola generale molto a proposito vostro, perchè quando la passione pur fa qualche inimico, come si partono questi tali senza ragione dall’amicitia, così qualche volta tornano facilmente. Credo per questa prima andata vostra a Roma sia bene adoperare più gli orecchi che la lingua. Hoggimai io vi ho dato del tutto a Messer Domenedio et a Santa Chiesa; onde è necessario, che diventiate un buono Ecclesiastico, et facciate ben capace ciascuno, che amate l’onore et stato di Santa Chiesa et della Sede Apostolica, innanzi a tutte le cose del mondo, posponendo a questo ogni altro rispetto. Nè vi mancherà modo con questo riservo d’aiutare la città et la casa; perchè per questa città fa l’unione della Chiesa, et voi dovete in ciò essere buona catena; et la casa ne va colla città. Et benchè non si possono vedere gli accidenti che verranno, così in general credo, che non ci habbiano a mancare modi di salvare, come si dice, la capra e i cavoli, tenendo fermo il vostro primo presupposto, che anteponiate la Chiesa ad ogni altra cosa. Voi siete il più giovane Cardinale non solo del Collegio, ma che fusse mai fatto infino a qui; et però è necessario che, dove havete a concorrere con gli altri, siate il più sollecito, il più humile, senza farvi aspettare o in Cappella o in Concistoro o in Deputazione. Voi conoscerete presto gli più e gli meno accostumati. Con gli meno si vuol fuggire la conversatione molto intrinseca, non solamente per lo fatto in sè, ma per l’opinione; a largo, conversare con ciascheduno. Nelle pompe vostre loderò più presto stare di qua dal moderato che di là; et più presto vorrei bella stalla et famiglia ordinata et polita che ricca et pomposa. Ingegnatevi di vivere accostumatamente, riducendo a poco a poco le cose al termine, che per essere hora la famiglia et il padron nuovo, non si può. Gioie e seta in poche cose stanno bene a’ pari vostri. Più presto qualche gentilezza di cose antiche et belli libri, et più presto famiglia accostumata et dotta che grande. Convitar più spesso che andare a conviti, nè però superfluamente. Usate per la persona vostra cibi grossi, et fate assai esercitio; perchè in cotesti panni si viene presto in qualche infermità, chi non ci ha cura. Lo stato del Cardinale è non manco sicuro che grande; onde nasce che gli huomini si fanno negligenti, parendo loro haver conseguito assai, et poterlo mantenere con poca fatica, et questo nuoce spesso et alla conditione et alla vita, alla quale è necessario che abbiate grande avvertenza; et più presto pendiate nel fidarvi poco che troppo. Una regola sopra l’altre vi conforto ad usare con tutta la sollecitudine vostra, et questa è di levarvi ogni mattina di buona hora, perchè oltra al conferir molto alla sanità, si pensa et espedisce tutte le faccende del giorno; et al grado che havete, havendo a dir l’ufficio, studiare, dare audientia etc. ve ’l trovarete molto utile. Un’altra cosa ancora è sommamente necessaria a un pari vostro, cioè pensare sempre et massime in questi principii, la sera dinanzi, tutto quello che havete da fare il giorno seguente, acciocchè non vi venga cosa alcuna immeditata. Quanto al parlar vostro in Concistorio, credo sarà più costumatezza et più laudabil modo in tutte le occorrenze che vi si proporranno, riferirsi alla Santità di Nostro Signore; causando, che per essere voi giovane et di poca esperientia sia più ufficio vostro rimettervi alla S. S. et al sapientissimo giuditio di quella. Ragionevolmente, voi sarete richiesto di parlare et intercedere appresso a Nostro Signore per molte specialità. Ingegnatevi in questi principii di richiederlo manco potete et dargliene poca molestia; che di sua natura il Papa è più grato a chi manco gli spezza gli orecchi. Questa parte mi pare da osservare per non lo infastidire; et così l’andargli innanzi con cose piacevoli, o pur, quando accadesse, richiederlo con humiltà et modestia, doverà sodisfargli più et esser più secondo la natura sua. State sano. Di Firenze.