[19]. Ciò dallo Stefani; ma una Provvisione dei 23 giugno, letta dal giovine Ammirato (lib. XIV, pag. 721), mentre ordina che i rubatori restituissero il tolto, fa eccezione per coloro che aveano rubato a Lapo da Castiglionchio; tanto era in odio cotesto uomo.

[20]. «E in quel medesimo dì uno che aveva nome Cecco d’Iacopo da Poggibonsi, coll’insegna dell’arme di libertà, la quale gli fu data per alcun nostro cittadino dell’ufficio degli Otto di guerra (del quale il nome per al presente mi taccio) fece di grandissimi danni e ruberie ec.» (Gino Capponi, Tumulto de’ Ciompi, pag. 222.)

[21]. Questo afferma G. Capponi, che tra i narratori del Tumulto più aderisce agli Ottimati.

[22]. G. Capponi, Tumulto de’ Ciompi. — Una lettera sopra il Tumulto, che sarebbe d’un testimone di veduta (Deliz. Erud., tomo XVII, pag. 170), contiene tra le altre Petizioni queste: «Che nell’offizio de’ Signori sia due de’ Minutissimi, due degli Artefici minuti, e il rimanente come tocca alle sette Arti maggiori e alli Scioperati: che all’offizio de’ dodici Buonuomini v’abbia tre di questi Minuti fuori d’Arti; e che dell’offizio de’ Gonfalonieri delle Compagnie, v’abbi quattro, e che di loro si debba fare squittinio di per sè: che il Gonfaloniere di Giustizia sia comune, a ciò possa toccare anco a loro. Che nessuno possa avere più d’un offizio per volta, salvo possa esser consolo. Che gli Uffiziali dell’Abbondanza della carne si levino e non si faccin più. Che nessuno possa esser preso per debito per di qui a due anni. Che quaranta di questi Minutissimi abbino la preminenza che ebbero gli ottanta del primo rumore. Che al Consiglio del Comune si arroga dieci de’ Minutissimi: che chi non ha offizio di Comune, non possa aver di quelli della Parte Guelfa: che Spinello della Camera, e sere Stefano e ser Matteo abbino la prestanza ch’ebbono gli ottanta: che il Gonfalone della Parte Guelfa stia in casa i Priori e mai si dia a’ Capitani per nessuna cagione: che niuno de’ Grandi possa essere del Consiglio del Comune, e in luogo loro sono i dieci qua addietro scritti per Arroti cioè de’ Minuti.» Giusto fu il popolo nel remunerare Spinello che aveva tenuto più anni i danari del Comune con lealtà e fede, e denunziò e ripose nella Camera tre mila ducati che aveagli donati l’Aguto quando prese la condotta; e morì povero, che non si potè fargli il mortorio come meritava, e fu dipinto per fama nella Camera del Comune. (Morelli, Cronaca, pag. 288.)

[23]. Una Provvisione dei 21 luglio (Archivio di Stato) contiene quei punti che risguardano alla Parte guelfa ed allo Smunire; e inoltre che sia vietato ai Capitani di parte guelfa l’inviare arroti o aggiunti ai Consigli sia del Popolo sia del Comune, e che dieci popolani per Quartiere siano aggiunti di nuovo al Consiglio del Comune; che al Magistrato della Parte venga tolto il Gonfalone regale fatto fare da Lapo da Castiglionchio, siccome vedemmo. Inoltre contiene: che Spinello di Luca Alberti, ser Stefano Becchi e ser Benedetto Landi sieno consorti e confederati di Salvestro de’ Medici e degli altri Priori che furono seco in officio a tutto giugno. — Vedi per questa e per altre due Provvisioni di quel tempo l’Appendice Nº I, in fine di questo volume.

[24]. «Il quale Michele era per addietro pettinatore di lana, come che allora fosse sopra i pettinatori e scardassieri d’Alessandro di Niccolò a salario, e la madre e la moglie faceano bottega di cavoli e d’erbe e dentro stoviglie di terra.» (March. Stefani, lib. X, rubr. 796.) — Questo Alessandro era degli Albizzi e fu quello il quale avendo sciamato, fondò la casa degli Alessandri. Abbiamo dal solo Leonardo d’Arezzo, che da giovinetto avea Michele esercitato in Lombardia il mestiere delle armi.

[25]. «Gli Otto della Guerra si tennono grandemente gabbati perchè pareva loro essere certi d’avere a riformare la città eglino; ma la speranza e il pensiero fallì loro, perchè il Popolo minuto vollono essere signori loro: e fu molto giusto, che chi per propria ambizione consente le alterazioni nella città, meriterebbe altro.» Qui Gino Capponi pone termine al Commentario: noi continueremo.

[26]. March. Stefani, lib. IX, rubr. 748 e 55.

[27]. Nella Provvisione sopraccitata dei 23 giugno venne ordinata detta consorteria, con obbligo d’assistersi come se fossero d’una medesima casa o famiglia, la quale consorteria non vollero che desse fra di loro divieto agli ufizi.

[28]. Scrive il Monaldi, che ai trentuno «furono dati i confini dove chiesero andare i confinati;» era discretezza a petto a quello che poi si fece.