Sacontala si volge alle compagne perché la soccorrano a liberarsi dall'ape.—Noi nol possiamo—rispondono.—Dushmanta[8] solo può liberarti. Egli solo è il protettore di questo santuario.—All'udirsi nominare, Dushmanta vorrebbe uscire del nascondiglio e palesarsi. Ma, pensato alcun poco, mette freno al suo desiderio.—Meglio è ch'io venga innanzi a lei non come re, ma come semplice straniero che cerca ospitalitá.—
L'ape non cessa di ronzare. Sacontala procura di scansarla, fuggendo lontano alcuni passi; ma, perseguitata tuttavia, grida:—Soccorso, soccorso! Chi mi salva da questa sciagura?—Dushmanta non sa piú contenersi, e, sbalzando fuor dell'albereto, si presenta alle donne. Sparita l'ape, Anusuya e Priyamvada usano a lui le accoglienze prescritte dall'ospitalitá, gli offrono frutti e fiori e lavacri pe' suoi piedi, e molli foglie di septaperna su cui riposarsi.
Sacontala, nel mirare Dushmanta, sente una segreta emozione che non le pare in accordo colla santitá del luogo. La voce e [p.152] le parole del re fanno piú violenta quell'emozione. Intanto le ancelle entrano in discorso con lui, e con onesta preghiera gli dimandano chi egli sia. Ed egli, voglioso di celare la propria dignitá:—Io son uno che medita sui sacri Vedas[9]; abito nella cittá del nostro re, che discende da Puru; ed intento all'esercizio dei doveri religiosi e morali, qui sono venuto per contemplare il santuario della virtú.—Poi, interrogando egli le fanciulle, chiede loro come esser possa che Sacontala sia figliuola di Canna, da che quel savio eremita doveva avere rinunziato ad ogni legame terreno. Anusuya quindi gli palesa che Sacontala non è figliuola di Canna, bensí di Causica, principe della famiglia di Cusa, sovrano e, ad un tempo stesso, uno de' savi dell'India; che la madre di lei fu una ninfa; e che la povera Sacontala, rimasta orfana e sola, fu raccolta da Canna, che la educò e le tenne luogo di padre.
Queste novelle rallegrano il cuore a Dushmanta. Ma un fiero dubbio gli attraversa tuttavia la mente.—Forse Canna, seguendo le regole degli eremiti, avrá destinata la fanciulla ad una perpetua verginitá.—Interrogate le ancelle, e udito da esse come Canna abbia data intenzione di voler maritare Sacontala ad uno sposo pari a lei, Dushmanta si ritira in disparte ed esclama:—Esulta, esulta, o cuor mio! Ogni dubbio è rimosso. A ciò che prima avresti temuto come fiamma, or puoi accostarti come a gemma preziosa.—
La verginale modestia di Sacontala mal soffre i lunghi discorsi delle compagne sue col re. Ella s'alza e sta per andarsene. In virtú d'un accordo pattuito tra Priyamvada e Sacontala, quest'ultima aveva obbligo d'innacquare altri due arboscelli. Però Priyamvada, giovandosi di tale pretesto, cerca di trattenerla. Pare al re che in veritá Sacontala sia stanca; e, cavatosi di dito un anello, lo dá a Priyamvada, pregandola che quello serva a scontare il lavoro dovuto a lei da Sacontala. Il nome di Dushmanta è inciso sull'anello. Le donne si guardano l'una l'altra maravigliate. Dushmanta, volendo pur sempre tenersi incognito, dice loro di non badare a quell'inezia, cara a lui per altro come dono del re.—Non privartene dunque—gli risponde Priyamvada;—la tua sola parola vale a scontare il debito di Sacontala.—E, ridato a lui l'anello, si rivolge a Sacontala, dicendole ch'ella debb'essere grata allo straniero, e può andarsene a posta sua.
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Ma Sacontala non sa piú risolversi alla partenza. Il re vede l'indugiare ch'ella frappone, e tra se stesso esclama:—O ch'ella sente per me quel ch'io sento per lei; o che la gioia mi fa uscir di me stesso. Ella non dirizza a me una parola; ma, se parlo io, sta coll'orecchio teso per ascoltarmi. Innanzi a me non è padrona d'un menomo suo atto, e gli occhi non li sa volgere che a me solo.—
S'odono di dentro voci di lamento, perché sieno interrotti i riti degli eremiti. I seguaci di Dushmanta, coi cavalli, cogli elefanti, col traino, con tutta la caccia, hanno invaso il bosco sacro. Dushmanta n'è dolente. Le donne, sbigottite dal frastuono de' sopravegnenti, s'inchinano a lui e muovono verso la capanna degli eremiti. Sacontala studia nuove ragioni di dimora e fa lento, piú ch'ella può, il suo passo.—Aimè—grida—aimè! Un subito dolore mi piglia al fianco. Aimè! che non mi reggo al cammino!—Le compagne la rincorano perché s'affretti. Ed ella:—Oimè! il piede mio è ferito da un gambo acuto d'erba cusa[10]. Oimè! il lembo della veste mi s'è appiccato a un ramo di curuvaca[11]. Fermatevi, datemi aiuto.—Finalmente ella parte, sorretta dalle compagne e mandando indietro lunghi sguardi a Dushmanta.
Egli, rimasto solo, mette sospiri, pensando alla beltá di Sacontala:—E non dovrò piú rivederla! Ah, no! Cercherò i servi miei; qui… qui intorno fermerò il mio campo. Non so cessare dal diletto di rimirarla. E come potrei volgere ad altro i miei pensieri? Il corpo mio muovesi e va innanzi; ma questo cuore irrequieto corre indietro verso di lei, a guisa d'una leggiera foglia di canna, che, portata in cima a un bastone incontro al vento, svolazza sempre in direzione opposta.—Parte anch'egli.