{Pianura e padiglioni reali al lembo della foresta sacra.}

Il re intima che per quel dí cessi la caccia, onde non profanare i luoghi santi. Seduto poscia a' piè d'un albero con Madhavuya, l'amico suo, parla di Sacontala, dell'amar che ne sente, [p.154] della bellezza di lei, del desiderio di farsela sposa, del dolore di non poter quel dí stesso chiedere a Canna le nozze della pupilla, perché Canna è lontano. E, mentre che studia di trovar qualche scusa per rientrare nel bosco sacro, due giovinetti eremiti chiedono udienza. Entrati a lui:—Canna—gli dicono—Canna, la nostra guida spirituale, è assente; e intanto alcuni dèmoni cattivi disturbano la pace del sacro eremo. Accorri, o re, a proteggerci.—

L'invito non può cadere più opportuno all'amante. Sta per secondarlo; quand'ecco venir dalla regina, madre di lui, un ambasciatore. Il digiuno solenne è vicino. La madre chiama alla corte per quell'occasione il figliuolo. Che fará egli? Ubbidirá? Ma… e la cara Sacontala? Dopo un volgere di vari consigli tra sé e sé, stabilisce di condiscendere alle preghiere degli eremiti, e d'inviare Madhavuya alla madre, ond'egli assista al digiuno solenne, tenendo le veci del re ed iscusandolo presso lei del non venire. Teme per altro che costui sveli alla regina i segreti amorosi che gli ha confidati; ed affettando maggiore serietá:—Non creder nulla—gli dice—di quanto ti narrai di Sacontala. Fu una favola inventata da me per ispassarmi. Non entro per altro nella foresta se non perché mi vi conduce riverenza degli anacoreti. La fanciulla d'un eremita, educata fra le antelopi, non è cosa degna di me. Non creder nulla; non credere. Addio; fa' il dover tuo. Intanto io corro… in soccorso degli uomini santi.—Partono tutti.

ATTO III

{Romitaggio nell'interno del bosco.}

Per opera del re, nel bosco sacro è ritornata la calma. Un giovinetto, recando un fastello di erbe pel sacrificio e meditando sulle cose vedute, manifesta la propria ammirazione:—Quanto è grande il potere di Dushmanta! Eccolo appena metter piede nel bosco; eccolo vibrare una sola saetta; ecco disperse tutte le nostre calamitá.—

Esce Dushmanta. Ha l'aspetto d'uomo travagliato dalla passione d'amore. Esprime in un lungo soliloquio le pene dell'anima sua:—… Ah! per me non v'è pace, salvo che nel rivedere l'amica mia. Il meriggio è cocente; di certo ella verrá colle sue compagne a ristorarsi sotto quest'ombre, in riva a questo ruscello. Di certo [p.155] l'amica mia si nasconde in qualche parte di questi fioriti boschetti. Ecco le orme de' suoi piedi eleganti; eccole qui sulla sabbia; e le sono orme stampate di fresco. Eccola, eccola; la delizia dell'anima mia siede colle sue ancelle sovra un sasso liscio liscio e tutto cosperso di fiori recenti.—Còlto dalla timidezza, l'amante s'arresta; poi si nasconde dietro alcuni frascati, e non cessa mai dal contemplare la cara donna, e n'ode tutti i discorsi.

Sacontala è oppressa da un'angoscia segreta. Una febbre ardente par che le scorra per le vene. Meste le ancelle procacciano di prestarle ristoro. Dushmanta la rimira.—Oimè!—dice in disparte—oimè! quale sará la cagione fatale della sua febbre? Che fosse mai vero ciò che il cuore mi suggerisce? Amor forse? Misera! la sua fronte è riarsa, il suo collo è appassito, la sua persona è più smilza che prima, le spalle le cadono di languore, scolorata è la sua carnagione; ella pare un cespo di madhavi, a cui secca le foglie un vento infocato. Ma, benché trasformata di tanto, ell'è pur sempre bella e consola sempre l'anima mia.—

Anusuya e Priyamvada interrogano amorosamente la vergine sulle cagioni de' mali ond'ella è oppressa. A loro non sembra vero che quelli provengano dal solo caldo eccessivo della stagione. Sacontala, vinta dalle preghiere di quelle pietose, confessa i segreti del suo cuore.—Fin dal primo momento in cui vidi quel leggiadro principe che or ora tornò a quiete la sacra foresta, fino da quel momento gli affetti miei furono rivolti tutti a lui irreparabilmente; e quindi sono io ridotta in questo languore.—Continua il dialogo tra Sacontala e le ancelle; ed ogni parola di lei la manifesta innamorata e tremante del futuro. Dushmanta ode, e la gioia si diffonde per l'anima sua[12]. Non sa piú contenersi: abbandona il nascondiglio dei frascati, e corre alla fanciulla, e le giura inviolabile amore[13]. È dubbiosa Sacontala e quasi non crede. Ed egli:—O di tutte le cose tu la piú cara al cuor mio, tu che con lo splendore nereggiante de' begli occhi mi fai estatico, deh! parla piú mite… M'uccidono le tue parole. In mezzo alle delizie ed alle molte femmine del mio palazzo, due soli saranno gli oggetti [p.156] delle cure mie: la terra cinta dal mare sulla quale io impero, e Sacontala, l'amica mia.—

Dopo i giuramenti del re, le ancelle, mendicate alcune scuse, destramente si ritirano e lasciano libertá agli amanti. La vergine. trovandosi sola con un uomo, diventa timida oltre l'usato, china gli occhi, accusa di tradimento le compagne, e vorrebbe partire anch'ella. Dushmanta gentilmente le si oppone. Ed ella:—Lasciami, lasciami andare, te ne scongiuro. Oh destino mio infelice!—Il re la lusinga tuttavia, e la rattiene afferrandole la fimbria del mantello. Ed ella:—Figlio di Puru, serba, deh! serba la tua ragione.—Qui ha luogo una scena di galanterie, di sospiri, di oneste repulse, di desidèri, d'astuzie amorose, ma decenti, ecc. ecc.; e tutto finisce con un bacio che l'amante furtivamente stampa sulle labbra all'amata. Sopravviene in quel mezzo Guatámi, la matrona guardiana di Sacontala. La fanciulla, intimorita, prega l'amante a nascondersi. Egli obbedisce. Il giorno cade. Guatámi persuade a Sacontala di ritirarsi alla capanna; e la fanciulla, docile all'invito, tiene dietro ai passi della matrona; ma il cuore le piange di doversi separare dall'amante.