Comprendevamo però che la nostra colonna era destinata ad una impresa speciale di cui ancora non si conoscevano i dettagli, ma che si lasciava travedere come un colpo di mano sulla capitale, addirittura un'entrata in Roma.
Qui trovan posto opportuno due lettere scambiatesi in quegli ultimi giorni febrili fra i due fratelli. La prima è d'Enrico, scritta da Orte, ove era andato per concertare la spedizione; la seconda è di Giovannino in risposta all'altra. Ambedue riassumono e dipingono la situazione[10].
Ne ebbi in mano gli originali, favoritimi da un amico, e baciai e ribaciai più volte quei cari e preziosi documenti. Non era feticismo: in quelle due carte sgualcite riviveva per me serena la memoria dei due cari amici, delle vicende passate, delle trepidazioni incancellabili di quei giorni.
Ecco le lettere:
Stazione d'Orte, ore 12 meridiane.
Caro Giovannino,
«Ti scrivo poche righe a precipizio.
«Alla stazione d'Orte, come sai, vi è Ghirelli, ebbene, il treno fu fermato ed i viaggiatori saranno rimandati a Terni... Io credo prematura l'operazione. Volevano rompere le rotaie, ma io l'impedii e Ghirelli mi promise di riattivare le corse in quel giorno o durante quel tempo che ne avremo bisogno.
«Vedrai il proclama che mandiamo a Fabrizi! Quel buffone d'un Mistrali, ch'è qui vicino e che mi fa le scuse perchè mi era dietro mentre scrivevo, dicendomi che fu storditaggine, mi colma di gentilezze, ma se lo vedessi ti farebbe schifo ( sic ); sembra più di un dittatore! più dello stesso Ghirelli che s'intitola Commissario Straordinario del Governo Provvisorio.
«Mi fu messa a disposizione una macchina per proseguire fino a Passo Corese; spero il governo italiano mi lascerà ritornare, se no verrò con una vettura. Spero pure che a Borghetto non ci saranno più i papalini, perchè diversamente mi accalappierebbero come un merlo.