A Terni ci erano stati mandati da casa i quattrini di cui abbisognavamo, e così potemmo dare un po' d'assetto anche al nostro abbigliamento.

A me era indispensabile sopra tutto mutar copricapo, giacchè quel maledetto gibus combinato collo stifelius nero m'aveva ormai reso la tavola di tutta Terni. Combinai ogni cosa provvedendomi d'un caschettino ungherese che mi venne dato come impermeabile all'acqua, perchè spalmato d'una specie di catrame. Lo era infatti anche troppo, perchè durante la marcia sotto gli acquazzoni raccoglieva entro l'ala rimboccata all'insù l'acqua come entro una vaschetta, ed ogni tanto dovevo levarmelo per vuotarlo. Mutai pure di calzatura sostituendo agli stivalini verniciati un paio di scarponi. Io credetti far meglio prendendoli comodi e ne portai poi la pena nei giorni seguenti, perchè marciando m'impiagarono le piante dei piedi.

La mattina del 20 si seppe ch'era ritornato Enrico e che probabilmente la sera si sarebbe partiti. Tutto quel giorno fu speso nell'equipaggiarci alla meglio cercando colle coperte di supplire alla mancanza di zaino ed adattandovi dentro quanto ci poteva occorrere per viaggio. Vi fu chi si provvide dell'indispensabile borraccia, altri si fabbricò il tascapane, ciascuno pensò per sè senz'aiuto nè di capi nè di comitati.

La sera alle sette tutti dovevamo trovarci nella casa del sig. Frattini, egregio patriota di Terni.

Non uno mancò. Amici ed avversari narrarono che cento erano stati i designati per la spedizione, ma che poi si ritenne conveniente limitarne il numero. Questo particolare non ricordo. Ma Giovannino Cairoli nel suo libretto La spedizione dei Monti Parioli dice invece che il numero dei componenti la banda fu fissato a sessanta, corrispondente al numero dei revolvers che si avevano a disposizione, e che in appresso la banda s'aumentò d'una quindicina.

Benchè s'andasse incontro non solo all'ignoto, ma ad un ignoto di probabilità ben terribile, pure tutti in quel giorno si era allegri e contenti.

La sera al crepuscolo la musica suonava la ritirata sulla piazza di Terni e ritornando alla caserma intonava la canzone: Andremo a Roma Santa! tutti facevan coro cantando con entusiasmo.

Poco dopo si era tutti pronti all'appuntamento: fu allora il momento in cui ci si potè riconoscere e numerare, e divenimmo tutti amici all'istante. Il nome di ognuno di noi rimase scolpito nella memoria e nei cuori di tutti gli altri: le fisonomie, il tempo o la morte le hanno in gran parte pur troppo cancellate.

Venne fatta la distribuzione delle rivoltelle e ciascuno s'adattò la propria alla cintura. Poscia Enrico, intimato silenzio, disse:

— Prima di partire debbo dirvi due parole. Noi partiamo per una impresa, più che arrischiata, disperata. Una volta entrati nel confine, tenetelo bene a mente, non si torna più indietro. Ma ricordatevi pure che sulla vostra vita non dovete contar più nulla. Perciò, se alcuno di voi fosse indisposto o ritenesse opportuno cambiar pensiero, m'avverta; ciò non sarà un disonore; egli potrà far parte d'altri corpi e lo saluteremo con un arrivederci a Roma. C'è alcuno che vuol rimanere?