Nulla si seppe di quel che i capi si dissero. Quando la carrozza parti io chiesi ad uno dei miei compagni:

— Chi è quel signore?

— È il principe di Piombino, mi rispose.

— Davvero?...

— Sì, mi confermò un altro, è un principe liberale, è dei nostri.

Ora soltanto dopo tanti anni apprendo dall'opuscolo di Giovannino che egli era il sig. Luigi Cucchi ora deputato e fratello all'onorevole senatore Francesco. Io non lo impugno certamente, ma per me quel signore è e sarà sempre il principe di Piombino: il mio ricordo è tale; nè io mi proposi di scrivere della storia ma solo di narrar ricordi ed impressioni.

Tanto al principe che all'on. Cucchi chieggo scusa dello scambio. Al postutto cospiratori e principi non è detto che siano sempre stati in antitesi.

Verso il mezzogiorno circa s'arrivò a Cantalupo.

Era un paese di costruzione singolare: un perfetto rettangolo con una piazza nel mezzo e due porte ai due lati minori. Sembrava il cortile interno d'un palazzo o d'un convento. In tempo antico doveva essere una sola proprietà, forse un castello[14].

Quivi si sostò e più ancora che a rifocillarci, si pensò a riposare. Fu allora che un compagno mi giocò un tiro atroce. Mi ero con somma cura composto un giaciglio di paglia nell'angolo d'una stanza e gustavo già sovr'esso i primi momenti d'un sonno profondo e riparatore, allorchè costui che tornava allora dal rapporto del comandante, invidiandomi tanta felicità, mi chiamò ad alta voce scuotendomi.