In vita mia non credo di aver sopportato mai fatica più ingrata.
Mentre si eseguiva tale operazione e la pioggia continuava a flagellarci, m'avvidi nel rimettere i fucili al battelliere che sull'opposta riva del fiume era accorsa gente la quale riparata da ombrelli stava spiando quello che noi facevamo. Incontanente al mio ritorno ne feci avvertito Enrico il quale accorse a vedere. Ma quando egli arrivò sul posto, erano tutti spariti.
Che costoro abbiano contribuito a far abortire il nostro tentativo avvisando il comandante del presidio di Roma?... chi lo può sapere? È però certo che l'indomani il capitano Cialdi dell'esercito pontificio ordinava di spazzar via tutte le barche del fiume a monte di Roma.
La barca nella quale collocammo i nostri fucili era un ampio barcone di quelli che portano legna da fuoco in Roma. I fucili furono allogati nella stiva stessa e in parte fra le cataste della legna.
Di sommo aiuto in quest'opera d'imbarco ci furono Angelo Perozzi, già conosciuto a Terni e nostro compagno d'armi, e il ricevitore doganale Buglielli, romano, che rividi tre anni di poi a Napoli. Allora mi confessò che quando ci vide partire, egli, che conosceva i concerti e le intelligenze prese con Roma, guardò trepidante l'orologio e battendosi la fronte esclamò addolorato: «Dio faccia che arrivino in tempo, ma temo che sia oramai troppo tardi!»
E s'apponeva al vero!
VIII.
Il Tevere.
Il fiume classico, il fiume della storia e della poesia ci accolse nel suo seno. Il barcone che ci conteneva era seguito da altre due barchette nelle quali furono collocate due squadre comandate dal Fabris e dallo Stragliati.
Quest'ultimo ebbe l'ordine di sorprendere un posto di doganieri che doveva esistere presso la foce dell'Aniene. I segnali dal barcone alle barchette si dovevano fare con fanali a colori.
La corrente ci trasportava maestosa. Il cielo si era rasserenato, tirava un vento rigido e secco.