Non vi è impresa, per quanto lodevole, che non possa dare argomento a critiche o ad osservazioni. Ai superstiti di Villa Glori qualche facile censore mosse il rimprovero di avere abbandonati i loro morti e feriti, pur tenendo il campo. Ho stimato per ciò doveroso per me scagionare i miei compagni da tale ingiusta accusa, benchè io creda che le mie difese siano affatto superflue.

Aperta la casa e visitata in ogni sua parte, poco ci volle a fissarvi quartiere. Una stanza venne adibita per il comandante ed il suo stato maggiore (diremo così), tutte le altre per la truppa.

Un po' alla volta tutta la compagnia fu sul colle portando seco i fucili e le munizioni che avevamo trasportato con noi. In breve tutta la casa fu occupata. Ci sbandammo tutti qua e là per le stanze, e frugando per ogni buco, trovammo in una camera dei melograni e buon numero di bottiglie. Ne sturammo parecchie a onore e gloria del signor Glori: così ci avevan detto chiamarsi il proprietario. Ciò che, del resto, era per noi di ottimo augurio.

Mancavano però i viveri ed il comandante pensò d'inviare all'uopo in città il furiere Muratti per provvederne e in pari tempo per dare e ricevere notizie.

Partì egli infatti e, per andar sicuro e senza molestie, credette bene, per suggerimento dello stesso comandante, di barattare passaporto con Mosettig che, come triestino, lo aveva austriaco. In tal modo il Mosettig diventò il conte Giovanni Colloredo, perchè, come già avvertii, il Muratti aveva il passaporto con questo nome. La precauzione fu eccessiva e forse dannosa. Il Muratti fu arrestato egualmente a Porta del Popolo e per quanto si spacciasse come austriaco e buon cattolico e parlasse tedesco, non essendo creduto, fu condotto alla polizia e soltanto più tardi lasciato libero.

Questo fatto dell'arresto del Muratti io non lo seppi che di poi, all'ospedale, dal cappellano dei gendarmi, il quale mi disse che noi avevamo mandato in città una spia tedesca!

In quel mattino noi avvertimmo parecchi oziosi e sospetti aggirarsi intorno alla vigna, e per quanto ci fu possibile, li arrestammo tutti. Tra costoro c'era un bifolco, un pezzo di giovinotto, che piangeva come un fanciullo; ma la sua ingenuità era così grossolana, da far pensare che fosse più furbo che santo. Ad ogni buon conto anch'egli fu requisito ed incamerato come gli altri.

Verso mezzodì dall'amico Veroi che era di sentinella, fu segnalato l'approssimarsi al colle di alcuni dragoni i quali sostarono al basso fuori del cancello. Enrico ne fu tosto avvertito e tenne consiglio coi capi sezione. Poco di poi intesi Giovannino che diceva ad uno dei nostri capi squadra:

— Porteremo la nostra sezione alla cascina del vignarolo: si prevede un attacco.

Riordinammo i fucili: un'occhiata alla rivoltella e una rassegna rapida delle munizioni di cui ci riempimmo le saccoccie dei calzoni, della giacca e del panciotto; poi ci recammo con cautela alla cascina del vignarolo.