Infatti lentamente si avanzavano regalandoci una seconda, poi una terza ed una quarta scarica.
Ci dovevano discernere benissimo: ed a misura che progredivano, abbassavano la mira, talchè nelle ultime scariche le palle si piantavano entro terra al disotto di noi e il terreno spruzzando ci sbatteva in viso. Giovannino stimando per noi inutile imbarazzo quella siepe ci ordinò d'atterrarla, e fu fatto in un attimo.
— Fuoco! ordinò egli allora, e la nostra prima scarica partì.
Dopo, lo scambio delle fucilate continuò senza interruzione: ma chi può ridire la pena del caricar quei fucili e il disuguale combattimento! I papalini avevano dei remington buonissimi che tiravano fino a 800 metri; noi invece dei ferrivecchi, avanzi della Guardia nazionale. Per caricarli occorreva star ritti in piedi sul ciglio della collina: miglior bersaglio non si poteva loro offrire!
Qualcuno potè approfittare di qualche tronco d'albero e riuscire a caricare al riparo, ma i fucili, quasi tutti guasti per l'umidità sofferta, erano addirittura inservibili! Cinque capsule, mi ricordo, dovetti applicare per fare il primo colpo: e nella condizione mia erano tutti.
— I fucili non servono a nulla, cominciammo a gridare, ci vuol l'attacco alla bajonetta!
E in quell'istante, colpito da una palla, cadeva il povero Moruzzi. Accorsero Giovannino e il Campari e tentarono di sollevarlo da terra, ma il soccorso portò danno maggiore, poichè una seconda palla lo colpì al ventre.
D'altronde il nemico incalzava e non c'era da perdere tempo. Giovannino ordinò di ritirarsi verso la casa per unirci agli altri. Le ultime scariche ferirono anche il Castagnini.
— M'hanno ferito, gridò mostrando il braccio sanguinante.
Era quello il primo sangue che io vedevo e non potei trattenere un lieve moto di ribrezzo: guardai compassionevole il povero amico, ma il suo volto, tutt'altro che atterrito, mi rincorò.