— Fermati, Enrico, gli gridò Giovannino, che andiamo assieme!

Sono queste le ultime e le uniche impressioni che mi sono rimaste della tragedia che allora appunto avea principio: le parole di Giovannino, la corsa precipitosa di Enrico in mezzo al nemico colla rivoltella spianata contro il capitano dei pontifici e due o tre soldati sul suo fianco sinistro che lo prendean di mira. Poi non vidi altro, perchè nello stesso istante una palla tirata quasi a bruciapelo mi spaccò il polso del braccio sinistro.

Fu come un violento colpo di pietra: il braccio restò intorpidito, il fucile mi cadde e mi trovai disarmato di fronte a due soldati che m'investivano a bajonetta calata.

Trassi il revolver, ne scaricai due colpi nella lor direzione: la vista dell'arma li fe' retrocedere.

Squillò allora una tromba. Eran nuovi nemici che si avanzavano? era un segnale d'attacco alla villa per toglierci la difesa?.... Il Tabacchi lo prevenne portandosi sulla destra del luogo d'azione, e noi altri tutti accorremmo subito alla difesa della casa.

Appena entrato io caddi su di una seggiola ed ebbi qualche minuto di deliquio.

Quando rinvenni, la casa era tutta in trambusto.

Imbruniva; la lotta era finita, i papalini pareva che si fossero ritirati, ma c'era chi diceva che ci avrebbero assaliti per diversa parte.

— Bisogna difenderci, — barricheremo la porta, le finestre, — daranno fuoco alla casa, — è morto Enrico ed anche Giovannino, — meglio arrenderci, — no, dobbiamo vincere o morire, — è caduto Mantovani, — mancano pure Bassini e Papazzoni, — ci assaliranno da un momento all'altro, — di notte è impossibile, — usciamo di nuovo, — è caduto anche Mosettig, — non usciamo, ci prenderebbero, — difendiamoci qui.

Queste ed altre eran le frasi che rammento fra la trepidazione, la confusione, l'ansia dell'istante, il trambusto e l'urgenza di una pronta risoluzione.