Fui medicato alla meglio dall'amico Fabris (noi lo chiamavamo Febo ed era allora studente di medicina a Bologna) con delle pezze strappate da una camicia. Il projettile m'avea spezzato il capo articolare dell'ulna, il dolore era acuto e ad ogni piccola mossa mi rincrudiva lo spasimo. Temevo d'essere preso dal tetano.

Per darmi animo mi fecero bere del vino e poi mi adattarono al collo una benda, sì che il braccio potesse star fermo e adagiato.

L'angoscia maggiore in tutti era però per la perdita dei fratelli Cairoli: si parlava d'Enrico caduto, di Giovannino pure; degli altri non si sapeva. Sarebbe stato necessario andarli a levare dal campo; ma e se la casa fosse circondata?....

Era scorsa fra codesti dubii e contrasti una buona ora dal combattimento e la notte era già avanzata, quando parve udire dal di fuori delle grida continuate. Si tacque tutti e di lì a poco si sentì una voce chiara, distinta, disperata gridare nel buio della notte:

— Aiutooo!

— Chiedono soccorso.

— Sono i nostri feriti. Bisogna andare.

— E se fosse una gherminella dei nemici per tirarci fuor di casa?

— Comunque sia, bisogna andare.

— Vado io, ci vieni tu?