Intanto lo spasimo al mio braccio andava aumentando. Sdraiato com'ero, mi riusciva insoffribile; mi alzai e salii dall'amico Mosettig.
La sua ferita era grave. Mi strinse con affetto la mano, mi baciò:
— Ah, poveri noi, sclamò poscia, quanto fummo sfortunati!
— Pur troppo, gli risposi, e me ne duole nell'anima! Ora ci terranno prigionieri chi sa quanto tempo!... E pensare che fra pochi giorni io avrei dovuto iscrivermi all'Università, e forse mi toccherà perdere l'anno!
L'amico mi guardò stupito con cera interrogativa, come per accertarsi se avevo dato di volta al cervello. Ma vedendo che io insistevo nel discorso:
— Ma ti par questo il momento di pensare all'Università? mi gridò. Chi sa domani cosa faranno di noi!
Per verità non aveva torto. Da parte mia, però, lo confesso ingenuamente, non fu nè millanteria nè sprezzo del pericolo. Io vado soggetto a distrazioni incredibili e anche in quella circostanza si vede che la regola non volle avere eccezione.
Durante la notte i nostri compagni si sbandarono tutti, chi da una parte, chi dall'altra. Rimasero a guardia dei feriti il Colombi, il Campari e il Fiorini, nonchè i doganieri pontifici fatti prigionieri la notte innanzi.
Cessato il trambusto e l'agitazione, dileguatisi uno ad uno i compagni, io mi gettai di nuovo sulla paglia, e fosse stanchezza dei patiti disagi o reazione all'angoscia sofferta, fatto sta che in quella casa dove pareva restassero gli avanzi di un saccheggio, fra compagni feriti che gemevano, con due amici morti d'accanto, con l'incertezza crudele del domani in cuore, quando il sole spuntò al mattino sull'orizzonte lontano ad illuminar quella scena d'orrore.... io dormivo.