Dormivo davvero quando un raggio di luce penetrò nella stanza a pianterreno. Destarmi e riconoscere subito la terribile realtà della situazione, fu cosa di un minuto. Non sognavo, no. Chi sogna dorme male ed io in quelle brevi ore avevo dormito profondamente. Tanto ero stanco!

Mi rizzai a sedere. La poca paglia su cui giacevo mi aveva mal difeso dall'umidità del pavimento e mi sentivo le ossa peste ed ammaccate come se mi avessero bastonato. Contemplai un istante la scena che mi circondava, poi uscii all'aria aperta. Avevo proprio bisogno di respirare liberamente.

L'orrore di quel luogo chiuso, barricato, pieno d'armi accatastate alla rinfusa, di cappotti, di borraccie, di vestiti abbandonati dai compagni per essere più lesti al cammino; l'aspetto di saccheggio e di devastazione che presentavano quei tavoli, quelle sedie rovesciate, le bottiglie fracassate, le stoviglie infrante, gli avanzi della cucina del giorno innanzi ancora sparsi sul pavimento e frammisti alla paglia, ai cappelli, alle bende, e tutto ciò chiazzato di macchie sanguigne; il gemito dei poveri miei compagni feriti, e nella stanza vicina, giacente a terra quasi a sbarrarne la porta, il cadavere del povero Enrico e l'altro più terribile del Mantovani, il quale pareva sfidasse ancora l'assassino che lo aveva morto a bajonettate sul terreno, formavano nell'insieme uno spettacolo raccapricciante.

Si soffocava: uscii, come ho detto.

Un magnifico sole cominciava ad indorare le foglie alle siepi ed agli alberelli che costeggiavano la stradicciuola di fronte alla casa. Di lontano giungeva il suono delle campane della città eterna, e ad ogni tratto un'archibugiata dei pacifici cacciatori onde abbonda la campagna romana, veniva a rompere la pace di quel luogo. Spettacolo di natura tanto tranquilla e sorridente che faceva vivo contrasto con la desolazione della villa, con la realtà del fatto, con l'amarissima incertezza della sorte nostra.

Pensavo... forse domani ci sottoporranno ad un Consiglio di guerra; forse.... e il pensiero inorridiva, mentre inavvertita dalla congiuntiva dell'occhio mi scendeva una lagrima... E la mamma?...

Levai il capo per cacciare i neri presentimenti e... mi vidi faccia a faccia con uno sconosciuto!... Dio mio! lo fisso. Era Giovannino! Giovannino Cairoli in persona!... Ma chi avrebbe potuto più ravvisarlo? Pallido in viso e macchiato orribilmente di sangue che era colato dalla testa fasciata con un cencio e coperta da un cappellaccio. Si reggeva su di un bastone e camminava a stento.

Anch'egli pativa per le ferite toccate nella schiena difendendo il fratello dopo che era caduto. Povero Giovanni! Avea lottato corpo a corpo, aveva veduto cadere il fratello in quel terribile attacco alla bajonetta, avea veduto i soldati precipitarglisi allora addosso, si era avventato colla rivoltella alle tempia di quegli aggressori; ma la rivoltella, arruginita, non aveva agito. Disperato l'aveva sbattuta sulla testa d'uno di quei miserabili colla furia della tigre ferita, e come tigre ferita era caduto poi rovescio, colpito da una palla che gli sfiorò il cranio. Si era gettato allora sul corpo del fratello esamine, colle mani, col petto facendogli scudo, e le bajonette nemiche avevano finito anche lui, che giacque spossato, sanguinante, svenuto accanto al suo Enrico!

E quanta vita, quant'anima in quel giovinetto, mentre mi raccontava sì orribile tragedia!

— Ah! lasciatemi vedere il mio Enrico! che io lo baci ancora una volta, una volta ancora!