Gli amici Campari, Colombi ed io pure tentamno in ogni modo di opporci, e lo assicurammo che più tardi gli avremmo concesso questo supremo sfogo di dolore. Fu fatto entrare in casa, ma uno di noi ebbe l'avvedutezza di andare innanzi e di chiudere la porta della stanza dove giaceva il fratello.

— Sentite, amici, disse poi risoluto ed appena entrato in casa, facciamo una cosa. Abbiamo ancora fucili, abbiamo rivoltelle; se vengono i soldati barrichiamoci in casa e vendiamo cara la nostra vita.

Eroico ardimento d'un cuore generoso e ferito.

Non ci volle molto però a farlo persuaso della impossibilità di tale progetto. I gemiti dei compagni pressochè moribondi avrebbero condannato qualunque tentativo temerario da parte di noi, feriti pur anco ed impotenti a qualsiasi resistenza.

Era prossimo il mezzogiorno. Una brezza leggiera piegava gli alberi, metteva un lieve senso di brivido nelle ossa indolenzite e faceva lentamente sventolare il bianco lenzuolo che, annodato a mo' di bandiera ad un bastone, avevamo issato da una finestra della casa.

Uno strepito confuso d'armi e di voci, lo scalpitar di cavalli ci fe' comprendere che s'avanzavano dei militi. Erano certamente venuti a levare i feriti.

Le guardie di Finanza da noi fatte prigioniere lungo il Tevere e liberate da noi quella mattina, avevano senza dubbio mosso il comando militare pontificio al soccorso dei nostri feriti.

Così pensavamo: ma non era così.

— I pochi della scaramuccia di ier sera non dovean essere che l'avanguardia. Di certo sui Monti Parioli ora ci deve essere il grosso della banda. La chiamata al soccorso dei feriti non può essere che un gherminella per tirarci lassù ed attaccarci.

Ecco quale certamente deve essere stato il ragionamento del ministro delle armi e generale delle truppe pontificie, poichè non è credibile che si venisse a levar feriti con tanto apparato di forze. Zuavi, antiboini, tiraioli, zampitti, dragoni, gendarmi, ogni arma era stata messa a contribuzione.