— Bevi, bevi, mi ripeteva.
— Ah è così che la credete? sclamai d'un tratto. Presi la bottiglia e tracannati tre o quattro sorsi, la lanciai contro lo stipite fracassandola in mille pezzi. Temevano che avessimo avvelenato il vino!
Imbruniva. Il povero Giovanni era riuscito ad ottenere da noi di poter dare l'ultimo bacio all'amato suo estinto. Ma lo trascinammo subito fuori dalla stanza, promettendogli che guarderemmo noi stessi la preziosa salma perchè nessuno la toccasse.
Pochi minuti dopo io ed il Campari gli consegnammo alcuni oggetti e ricordi tolti di dosso al glorioso eroe.
Un rumor sordo di carri ci avvertiva che finalmente qualcuno da Roma si era mosso in nostro aiuto.
Era ben ora. I feriti nostri languivano senza cibo da ventiquattr'ore e le ferite incrudivano coll'avvicinarsi della notte. Erano bare tirate da un cavallo e coperte da un saccone. In ciascuna fu adagiato alla meglio un ferito. Vi erano pure due carrozze. Il corteo era composto d'un medico, un cappellano, un capitano dei gendarmi e di quel tenentino della mattina. Costui al povero Giovanni che io pregava di usare riguardo nell'entrar dentro la stanza ov'era suo fratello morto, rispose cinico:
— Ebbene, se è morto, non posso certo fargli del male!
Anche nei momenti più tristi c'è sempre una nota amena. Ce la diede questa volta il cappellano, un grosso e corpulento prete belga con una faccia da cuor contento inesprimibile, il quale domandò a più d'uno dei nostri feriti se prima di battersi aveva fatto le devozioni sue: qualcuno gli rispose che sì, ed egli ne fu contento come una pasqua.
C'incaminammo. Si scendeva lentamente per la calata dell'Arco scuro, ma quando imboccammo lo stradone di Porta del Popolo si accelerò il passo. Io ero a cassetta ed il cocchiere mi andava infastidendo con rimproveri ed ammonimenti.
— Fate il vostro mestiere! gli dissi. E tacque.