Arrivammo a Porta del Popolo e il treno si arrestò. Una compagnia di truppa era in arme al limitare della porta. C'era una agitazione, una ressa indiavolata. Un capitano venne allo sportello della nostra carrozza e raccontò che in città avveniva un fatto d'arme: eran duecento, trecento, quattrocento insorti, c'eran morti, feriti, ecc.[18].
In quel mentre si udivano infatti parecchie fucilate.
— Oh Gesummaria! invocò il mio cocchiere.
— Niente paura, gridò il tenentino spavaldo, è qualcuno che... (lasciamo nella penna la parola). Avanti!
Uno squadrone di dragoni a cavallo ci si mise al fianco per iscorta e il corteo mosse di nuovo.
Tre cannoni erano puntati in Piazza del Popolo, uno contro il Corso, un altro verso il Babbuino, il terzo contro Ripetta. Noi prendemmo da questa parte. La via era deserta affatto, chiusi i negozi, le porte e le finestre. Il rumore delle ruote, lo scalpitar dei cavalli, il tintinnio delle sciabole dei dragoni in mezzo a quel sepolcrale silenzio aveano un che di sinistro. Appena vedevasi qualche imposta di finestra aprirsi un momento e far capolino qualche curioso attratto dall'insolito rumore, e poscia tosto rinchiudersi.
La traversata di Roma seguì senza inconvenienti.
Battevano le 8 di sera e noi arrivammo alle porte dell'ospedale di Santo Spirito incerti di nostra sorte, se prigionieri di guerra ovvero insorti sorpresi coll'armi alla mano, e quindi forse dannati nel capo per alto tradimento!
XI.
Santo Spirito.
La ressa di popolo pel nostro arrivo all'ospedale militare era grande. Eravamo i primi garibaldini prigionieri portati in Roma: si può immaginare se la novella era corsa di bocca in bocca!