Mi condusse poi a visitare lo stabilimento, creazione che si poteva dire sua e che nulla lasciava a desiderare per ordine, pulizia e buon andamento di servizio e d'amministrazione. Mi espresse con espansione d'amico il vivissimo suo dispiacere di doverlo abbandonare, e da ultimo mi condusse a vedere la stanza di nostra prigionia.

Oh quanti ricordi, quante emozioni fra quelle quattro mura nude, bianche, illuminate da una sola finestra in un angolo; quanti pensieri rivedendo quel soffitto alto ed a volta, su cui io per tanti giorni, immobilmente supino, fui costretto a fissare lo sguardo!

Di sette che eravamo stati ricoverati in quel luogo, due erano già scomparsi dalla scena del mondo; e non erano scorsi tre anni!

Ritornai a Roma nel 1871 e nel 72 e non trascurai mai di fare una visita al capitano Galliani. Era pensionato; il nuovo ordine di cose lo avea danneggiato non poco, però non se ne doleva e conservò sempre l'ilare suo contegno e l'onesta sua bonomia di vecchio soldato. Ingannava il tempo andando a caccia, esercizio pel quale era appassionatissimo. L'ultima volta che lo vidi fu in casa sua ventisei anni or sono, la sera della befana, nella festosa e rumorosa allegria con cui si suole qui in Roma trascorrere quella sera, e la veglia si chiuse con una quadriglia da lui comandata.

Da allora non fui più a Roma per parecchi anni.

Ritornatoci dopo lungo tempo, non seppi risolvermi a chieder notizia di lui. Temevo sentirmene dare una brutta! Pochi mesi or sono finalmente, passando dal palazzo Gabrielli, dov'egli abitava, domandai della famiglia sua e il portiere mi rispose stupito come se gli chiedessi notizie dell'altro mondo.

Se egli vive ancora (e glielo auguro di cuore e per lungo tempo!) mando a lui un cortese saluto: sappia che io sono lieto d'avergli pagato modestamente il tributo di mia riconoscenza scrivendo il suo nome in queste povere pagine.

Avuta la carta e il calamaio scrissi a mia madre.

Senza reticenze le diedi addirittura la triste notizia dell'accaduto, incuorandola a non temere di nulla, trovandomi io ben ricoverato. Mi parve fosse meglio così, perchè pensai che la vista della mia scrittura avrebbe dovuto rassicurarla più di qualunque inutile ipocrisia. Quando si sta male e si soffre, non si scrive.

Quella lettera mi venne tra le mani pochi mesi or sono riordinando un pacco di vecchie carte e duolmi non averla conservata. Portava da piedi il visto del generale Zappi.