In quel primo giorno avemmo parecchie visite illustri che poi si rinnovarono spesso.
Prima fra tutte quella di due signore accompagnate da un prelato. L'una era una donna di bella statura, di piacevole aspetto e gentile di modi. Era la signora Kanzler moglie al Generale Ministro delle Armi. L'altra era una signora bionda con occhi bigi e lineamenti e mosse da maschio. Non era bella; portava un abbigliamento strano che non era nè da ragazza nè da matrona, ma un che di mezzo fra la monaca, la amazzone e la zingara. In capo un caschettino nero all'ungherese inforcato da una piuma alla cacciatora, col velo ripiegato all'intorno e tenuto a dovere da un enorme fermaglio d'argento rappresentante la medaglia di S. Pietro (una croce capovolta). In tutto il resto dell'abbigliamento nessun gingillo, nemmeno i pendenti; corsetto e sottana tutto in nero, e questa molto succinta, il che colle mode d'allora produceva un effetto strano. Parlava bene il francese, ma il biondo della sua capigliatura e la tinta pallida, le mosse originali, la spigliatezza indipendente del tratto l'accusavano inglese.
Seppi poi che era la signora Stone, una fanatica del sanfedismo, portata a cielo dai giornali clericali per il suo zelo e coraggio da vandeana, che non avean nulla da invidiare a quello dei soldati e dei birri. Durante la campagna insurrezionale dell'agro romano aveva sempre trovato tempo e modo di frequentare chiese, ospedali e carceri, di recarsi più volte al campo dei pontifici a curare i feriti, e di passare poi a quello dei garibaldini, di giorno e di notte, affrontando sentinelle, per riscattare prigionieri.
Una volta corse rischio di essere presa a fucilate: fu fatta prigioniera e condotta al generale Garibaldi col quale desiderava abboccarsi. Era di quelle nature esaltate che non s'acquetano di una pietà tranquilla, rassegnata, amorosa, ma vogliono la virtù attiva, inframmettente, turbolenta, crociata, le religione delle isteriche fantasie, la pietà rivoluzionaria, la carità del trambusto, il fervore che arrota i denti e mena le mani, l'arruffio continuato, il perpetuo sussulto.
Il prelato invece era un vero gentleman inglese in veste talare: si chiamava Edmund Stonor. Non mancò un giorno di venir a visitarci. Parlava bene l'italiano benchè con accento straniero, pacato, senza mai alterare d'un punto la voce e con grande compostezza e parsimonia di gesti.
Per qualunque servigio era con noi cortesissimo e molto s'adoperò in favor nostro. Quieto, gentile, moderato, era un vero cavaliere di modi e d'aspetto. Non ebbe mai una parola di rimprovero per noi, non una recriminazione. Anche Giovannino nei suoi Ricordi parla di lui con molta riconoscenza.
So che vive ancora qui in Roma. Non so quale grado coprisse allora alla Corte Pontificia, non so quale occupi ora. Non credo però che abbia fatto carriera politica; forse ama più la propria indipendenza che gli onori ed i fasti della diplomazia. Di famiglia credo fosse ricco: per noi allora avea un solo torto, quello d'essere prete.[19]
La visita fu un po' lunga; le interlocutrici erano donne e quindi avevano molta curiosità da soddisfare. La fissazione loro, come quella di tutti, era che la nostra fosse una banda di fuorusciti e non una colonna venuta dal confine.
Verso il mezzogiorno un ufficiale spalancò i due battenti della porta annunciando il Generale! Entrò infatti un ometto piuttosto vecchio, adusto, in assisa da generale, accompagnato dallo stato maggiore e dai medici dell'ospedale. Era il generale Zappi di Imola, comandante il presidio di Roma.
Per primo gli fu presentato Giovannino. Gli chiese come stava, gli domandò notizie della spedizione nostra, ebbe parole di compianto per le nostre illusioni. Giovannino approfittò del momento per chiedergli conto della salma del fratello e pregarlo a volersi adoperare perchè ne fosse eseguito il trasporto a Pavia con ogni cura e decoro.