— E quanti eravate?
— Settantotto.
— Matti da legare! sclamò Monsignore scoppiando in una sonora risata e dato un lieve scapaccione sulla fronte al Mosettig, faceva atto di andarsene, ridendo sempre come si trattasse della più lepida cosa del mondo.
Inavvertentemente però la mano piuttosto pesante di sua Eccellenza aveva fatto un piccolo danno, avea rotto cioè al Mosettig l'occhialino ch'ei sempre portava.
— Oh, chi rompe...? osò, scherzando, esclamare il Mosettig levando in alto le lenti col cerchiello rotto e in attesa di risposta.
— Paga, paga, avete ragione. Ci penso io non dubitate, soggiunse tosto il prelato avvedutosi del malanno. Ma che matti! che matti graziosi! E se n'andò ridendo sempre in modo da far credere che il matto fosse lui.
Un'ora dopo all'incirca, si presentò nella sala un signore con una cassetta. Era un ottico e veniva da parte di S. E. Monsignor De Merode ad offrire al conte Colloredo un occhialino a sua scelta in sostituzione di quello che gli era stato rotto. Ve n'era d'ogni qualità, d'oro, d'argento, d'acciaio, di tartaruga. Il Mosettig ne scelse uno simile al rotto, che consegnò ravvolto in un foglietto di carta al negoziante.
— Che è questo? domandò egli.
— È roba di Monsignore. Chi rompe paga, sta bene; ma i cocci sono suoi.
L'ottico rise e portò seco i cocci.