Il secondo giorno il Castagnini, ch'era il ferito più lieve, potè alzarsi da letto: io invece fui preso da febbre, la febbre di reazione. Contemporaneamente mi si gonfiarono le tonsille e mi pigliò male alla gola, effetto dell'umidità assorbita i giorni prima.
Quello che peggiorava era il povero Moruzzi. Già dal suo stato chiaramente si comprendeva quale dovesse essere la sua sorte. Non gemeva, ma urlava; si lamentava e ad ogni istante desiderava cambiar di posizione. La ferita al basso ventre gli toglieva la possibilità di orinare e quest'era il sommo suo tormento. Sul proprio destino non avea dubbio e lo incontrò rassegnato. Chi ne lo fece sicuro fu un medico balordo, di cui spiacemi non ricordare il nome e che accompagnava appunto il generale Zappi.
— E questo che cos'ha? domandò il generale passando dal mio al suo letto.
— Ha una ferita mortale — rispose freddamente il medico.
Allungai il braccio sano e diedi una solenne strappata alla tunica di quell'imbecille per richiamarlo. Il generale stesso cercò di coprire la risposta e continuando quasi il discorso fatto dapprima a me, lo incuorò a stare di buon animo.
Ma il Moruzzi aveva udita la fatale parola ed al generale che gli chiedeva se gli occorresse alcunchè rispose:
— Desidero sapere schietta la verità sul conto mio.
Il generale naturalmente non gliela disse, ma il Moruzzi non ebbe più alcun dubbio su di essa.
La sera del 27 cominciò ad aggravarsi. Il letto gli era diventato insopportabile. Nostro infermiere in quella sera era un legionario d'Antibo. Fortunatamente il Moruzzi, che era stato molti anni a Ginevra, parlava correttamente il francese. Si faceva voltar di fianco, mettere supino, voleva alzar la testa, appoggiarsi ai gomiti, muoversi, girarsi, pativa una sete ardente, chiedeva da bere, si sentiva soffocare.
A notte inoltrata cominciò a singhiozzare interrotto. Il cappellano militare lo sollecitava perché facesse le sue devozioni; il povero infermo lo pregava a sua volta di volerlo lasciar in pace.