Fra gli altri pochi che spesso ci venivano a visitare, oltre a monsignor Stonor che ci recava frequenti notizie di Giovannino, vi era pure un monsignor Tizzani, uomo di molta coltura e intelligenza, ma per sua sventura vecchio e cieco. Era stato vescovo di Terni, poi avendo perduta la vista, venne creato vescovo in partibus di Nisibi. Campò ancora molto a lungo ed è morto solo da pochi anni.

La conversazione sua era molto piacevole, perchè aneddotica e perchè rivelava un uomo di scienza e di studio. Eppure anch'egli, parlandoci un giorno d'un suo cane da guardia affezionatissimo, lo chiamava Lutero! Piccinerie dell'intransigenza ed effetto d'ambiente che pur troppo talora subiscono anche gli spiriti elevati! S'intratteneva volentieri col Bassini ragionando di medicina, per la quale pare avesse una speciale inclinazione. Anzi ci portò un suo opuscolo stampato su alcuni casi di elefantiasi; non ci seccava mai nè colla confessione nè colle devozioni. Intendeva adempiere un dovere di carità visitandoci ed intrattenendosi con noi, e questo dovere si vedea che l'adempiva con vero sentimento e con profonda convinzione.

Non così potea dirsi d'un giovinotto vanitoso e scapato, quintessenza di sanfedismo sposata ad una donchisciottesca posa di crociato, un giovinotto, che venne un dì a visitarci appunto mentre stavamo conversando con monsignor Tizzani. Seppi dipoi che era un notissimo principe del patriziato romano. Questo signore, italiano pur troppo, baciata la mano al vescovo, prese a magnificare le fatiche ed i disagi da lui sostenuti in quei giorni per la difesa del papa, ossia nel dar la caccia ai nostri, e finiva coll'invitare il prelato ad ammirare l'abnegazione sua e dei suoi compagni i quali, mentre dai garibaldini non avevano avuto che sprezzi di ogni maniera e sputi in faccia (così diceva lui!), ora s'affaccendavano tra l'ospedale di Santo Spirito e quello di Sant'Agata a rendere male per bene ed a soccorrere i garibaldini.

Il vescovo gli rispose, e molto opportunamente, che di fronte alla sventura non vi sono partiti e che la carità, non facendo distinzioni di tal fatta, abbraccia tutti in un medesimo amplesso. E la risposta chiuse la bocca al petulante patrizio, il quale ora, fatto uomo e ripensando a quei giorni, troverà coll'esperienza acquistata per lo meno ridicole, se non deplorevoli, quelle giovanili sue smargiassate.

I feriti all'ospedale di Sant'Onofrio erano sistemati e tutto era organizzato il servizio medico dipendente dall'Ospedale civile di Santo Spirito, quando un bel giorno venne l'ordine di trasportare anche noi assieme agli altri. Provammo un vivissimo dolore all'idea di lasciare quel luogo, dove per le cure del capitano Galliani ricevevamo un'assistenza tutta speciale e dove si godeva d'una quiete per noi preziosa. Anche lui ne provò dispiacere intenso. Da alcune sue mezze frasi e da un leggiero tono di rancore mal celato potemmo comprendere che egli subiva una sopraffazione e che il nostro trasloco non doveva essere se non effetto delle attenzioni da lui usateci, riferite ad autorità superiori, facilmente esagerate e forse alterate.

L'ordine venuto alla mattina doveva eseguirsi subito. Fu ritardato di qualche ora in causa d'un avvenimento inatteso, la visita di Pio IX all'ospedale!

Le porte infatti furono spalancate a due battenti, la sentinella presentò l'arma in ginocchio, s'udirono grida di Evviva Pio IX, evviva il Papa-Re! poi una figura bianco vestita, piuttosto pingue, apparve sul limitare, benedicendo.

Un frate benedettino che seguiva il Papa più da vicino, lo condusse al letto del Mosettig per presentargli il conte Colloredo, di cui probabilmente a Pio IX si era in antecedenza discorso.

Il Papa si accostò al suo letto e sporse la mano destra all'infermo perchè la baciasse. Questi finse di non comprendere l'atto, simulandosi molto aggravato dai dolori, e non la baciò. Al Papa non isfuggì il rifiuto, ne conservò memoria in appresso; intanto anche sul momento volle, indispettito, rendergli la pariglia.

Chi conobbe da vicino Pio IX e la infantile sua vanità che lo rendeva tanto sensibile alle lustre ed alle compiacenze personali, potrà farsi giusta ragione di questa meschina vendetta.