Un altro ferito vidi io pure morire, ed era degno della più alta pietà. Era un giovinetto di poco oltre i quindici anni. Veniva, mi si disse, da Mantova, dove trovavasi in educazione in quel seminario, ed era fuggito per seguire Garibaldi.
Erano le prime armi che faceva, il poveretto, e furono anche le ultime. Vaneggiava; e più ancora che per la ferita gravissima d'arma da fuoco che gli passava il petto, morì delirante dallo spavento. Battutosi valorosamente alla baionetta ed atterrato da un avversario altrettanto forte quanto vile, venne preso di mira a bruciapelo, supino ed esanime e passato da parte a parte da piombo nemico, non so se italiano o straniero; forse è meglio ignorarlo. Al vedersi l'arma omicida puntata sul petto da quel vigliacco, il giovinetto, impotente a reagire, die' in un subitaneo delirio e perduto ogni sentimento, pazzo, fu trasportato all'ospedale e, pazzo di spavento e di dolore, spirò.
E ricordo pure un gentilissimo e biondo inglese, Scholey, cui si dovette amputare il braccio sinistro, operazione che affrontò colla maggior serenità fumando il sigaro e ringraziando il dottore. Mi richiamava il povero Maroncelli nello Spielberg. Ma poi per successiva irrefrenabile emorragia dovette soccombere.
L'amico Mosettig era stato collocato nelle sale a pianoterra assieme al Papazzoni. Io andavo quasi ogni giorno a trovarlo. Nella stessa stanza giaceva pure un giovane marchigiano, la cui ferita destava l'attenzione e l'interesse dei medici curanti perchè molto grave. Era una lesione alla vescica per arma da fuoco con permanenza del proiettile. Soffriva spasimi indicibili e la cura cui dovea sottostare, era oltremodo dolorosa. Eppure più tardi seppi che, partito in discrete condizioni, da ultimo era perfettamente guarito.
Al letto del Mosettig trovai più volte un monsignor Antici Mattei, prelato domestico, protonotario, canonico, ecc., e più tardi cardinale, in cui la vacuità del cervello era pari all'albagia. Costui, sedotto pur esso da quel benedetto nome di Colloredo, s'era fitto in testa di voler procacciare al Mosettig migliore trattamento e di ottenere che fosse trasferito in una casa privata. Vane essendo riuscite le pratiche presso il Comando militare, senza meno ei pensò di rivolgersi a Pio IX in persona, contrariamente al volere del Mosettig.
Pio IX che certamente ricordò l'accoglienza avuta dal Colloredo a S. Spirito, rifiutò qualsiasi concessione. Dolente il monsignore venne a riferire l'esito della sua missione, rimproverando al Mosettig lo sgarbo usato al Santo Padre e la irreligione dimostrata e non trovò migliore rimedio a tanto male se non, invitandolo dapprima e seccandolo dipoi in tutti i modi, perchè, confessato, facesse pubblica ammenda, in modo che il Santo Padre n'avesse piena soddisfazione; e andava ripetendogli:
— Io riferirò a Sua Santità il vostro pentimento! mi incarico io di portare a' suoi piedi la vostra umiliazione! Vedrete che senza dubbio allora egli si degnerà d'ascoltare le vostre suppliche e vorrà disporre per trovarvi un ricovero conveniente alla vostra condizione ed al vostro stato!...
Un ultimo contrattempo ebbe il Mosettig a patire, sempre in causa di quel malaugurato scambio di passaporto; ed anche allora, trovandomi per fortuna presente, fui io che in qualche modo lo salvai.
Venne un dì a trovarlo quel padre Colloredo che ho sopra ricordato, dei preti dell'Oratorio, un vecchietto, sulle cui spalle dovea certo gravare un secolo di carnevali.
Egli, che da molti e molti anni non avea riveduto il paese natìo, cominciò a tempestare il Mosettig di domande relative al casato ed ai parenti.