— Come sta mio nipote Girolamo? quanti figli ha? e il nipote Riccardo, e la Elisa? Vive ancora suo marito? E il fratello Giacomo? ed il nipote Martino? e il cugino Lucrezio?

Il Mosettig che non ne sapeva una maledetta di quel parentado, fingevasi aggravato dal male per non rispondere e, per il poco che ne sapevo, rispondevo io in sua vece, e, quando non sapevo nulla nemmeno io... inventavo. Dio sa qual bella famiglia di fratelli, cognati e nipoti gli avrò creato!

Col permesso del Comando superiore e debitamente accompagnati vennero in quei giorni parecchi forestieri a visitare l'ospedale e specialmente alcuni parenti dei feriti.

Tra i molti ne rammento uno che rappresentava non so qual società democratica o comitato dell'Umbria o della Romagna che fosse, e veniva per reclamare la salma d'un garibaldino morto pochi giorni prima. Quella società o comitato non potevano scegliere rappresentante più infelice!

Venne annunziandosi tout-bonnement per quello che era e non ricordo se recasse con sè anche coccarde o gonfaloni, ma è probabile.

C'è sempre un santo per gli imbecilli e infatti costui riuscì a trovare chi lo introdusse nello ospedale. Ci venne perchè, tornate vane le pratiche per esumare e asportare il cadavere, voleva ricuperare gli effetti di vestiario, e cioè una camicia ed un berretto logori e macchiati. Avrebbero servito, diceva egli, per i solenni funerali, che si stavano apprestando a quel martire.

— Vede, rispondevagli con un sorriso canzonatorio uno scaltrito cappuccino, vede, caro signore, le sembra, non dirò convenienza, ma elementare prudenza, di venire qui a Roma a nome dei framassoni a chiedere di queste cose?

— Ma che ne vogliono fare di quei due cenci logori e sudici? replicava insistendo in buona fede il malcauto ambasciatore.

— E che ne vogliono fare lor signori?

— Devono servire pei solenni funerali, replicava egli ingenuamente.