Il fumare era libero. Si fumava anche alla domenica mentre il prete in mezzo alla crociera celebrava la messa: condiscendenza, per dir vero, a quei tempi, in un ospedale di Roma quasi incredibile. L'abitudine da soldatacci in taluni di pipare e fumare eternamente era però tale che in quel luogo diventava addirittura crudeltà. Si fumava, si beveva e si rideva infatti senza scrupolo veruno, mentre avevamo vicini compagni di sventura che gemevano e morivano.

In brevi giorni pur troppo s'era ridotti a tal punto! L'egoismo in date circostanze diventa sovrano ed il cinismo non ha limiti. Entrambi sono frutto dell'abitudine e l'abitudine è presto contratta nelle circostanze della vita in cui la necessità si impone e diventa legge. Io che rabbrividisco vedendo del sangue e cui la vista d'un cadavere fa ribrezzo, allora assistevo impassibile alle operazioni chirurgiche, e rammento d'avere, come se nulla fosse, pranzato accanto ad un letto sul quale giaceva un misero compagno spirato appena da pochi minuti!

Le lettere che ricevevo da casa, non mi pervenivano più col visto del general Zappi, ma chiuse e suggellate; e questo mercè la gentilezza d'un prete, il cui nome mi è obbligo di segnalare in questo libro, chiudendo col suo ricordo il breve racconto di questi episodi di prigionia.

Era monsignor Giovanni Biffani, già canonico di Santa Maria in Trastevere ed ultimamente cappellano al collegio militare. Parecchi anni or sono, vidi, con sincero rimpianto, annunciata la sua morte dai giornali; posso quindi scrivere di lui liberamente.

Era un giovane sacerdote di cultura ed intelligenza distinte. S'era trovato prete e prete in Vaticano presso Pio IX, perchè figlio d'un famigliare del papa fin da quando era semplice vescovo d'Imola. Pio IX intese beneficare il fedele domestico concedendo un canonicato al figlio maggiore ancora in tenera età, e gli è perciò che il Biffani fu prete.

Quando la capitale era ancora a Firenze, erano state notate in un diario fiorentino certe corrispondenze da Roma, che contenevano notizie molto esatte e particolari molto intimi della Corte del Vaticano. I sospetti caddero su monsignor Biffani, e non potendosi o non volendosi fare lo scandalo d'una espulsione, si ricorse al mezzo tradizionalmente sbrigativo, già altre volte usato in Vaticano, il veleno!

Monsignor Biffani prima di coricarsi avea l'abitudine di bere una tazza di consommé. Una sera, essendo rincasato piuttosto tardi e sentendosi stanco, andò a letto senza sorbire la solita tazza che ordinariamente gli veniva lasciata sul tavolo del salottino d'ingresso. La bevve invece suo padre l'indomani, e poco dopo morì.

Fu eseguita una segreta inchiesta e fu accertato il colpevole nella persona d'un prete che dimorava prossimo al Biffani ed era anzi in comunicazione di casa. Fu istruito un processo segretissimo, dal quale risultò che i tentativi d'avvelenamento erano stati fatti più volte e non si limitavano alla sola persona del canonico. Il reo fu condannato a vent'anni di galera, e del fatto fu severamente proibito far parola.

Monsignor Biffani ragionava spesso con me, e più liberamente che con altri, delle speranze e delle aspirazioni nostre; confortava i prigionieri garibaldini, li incoraggiava, li assisteva ed i deboli sorreggeva, aiutandoli a camminare. Le sue attenzioni furono ben presto notate e dopo un primo rabuffo inflittogli d'ordine superiore da uno dei frati soprastanti, fu finalmente bandito dall'ospedale. Ciò fu però dopo la mia partenza ed egli stesso mi diede la notizia per lettera.

Io, il Mosettig ed altri ancora gli consegnavamo le nostre corrispondenze, perchè le impostasse al coperto dagli occhi della polizia ed egli, per maggior sicurezza ancora, a tutte imprimeva il bollo della segreteria del Capitolo di Santa Maria in Trastevere. Le lettere per noi venivano dai parenti nostri a lui dirette ed egli fedelmente ce le portava premuroso.