A lui sieno raccomandate queste mie memorie!

APPENDICE

SCRITTI INEDITI DI GIOVANNI CAIROLI ED ELENCO DEI COMBATTENTI A VILLA GLORI

AVVERTENZA

Nel 1868 Giovanni Cairoli raccontò la gloriosa spedizione dei Monti Parioli traendone la materia specialmente da «un libriccino di note scritto nelle segrete di Roma»: e l'opuscolo di lui fu anche ristampato, dieci anni dopo, a cura di B. E. Maineri. Pur tuttavia siamo certi che gli appunti tratti da quel medesimo «libriccino» e qui per la prima volta pubblicati saranno letti dai cultori devoti delle patrie memorie con piacere e con vivo interesse.

Sono brevi note scritte frettolosamente e per semplice memoria personale, quando viva ancora era nella mente di Giovanni l'impressione dei casi occorsi e le sofferenze fisiche e morali, che ne erano la conseguenza, dovevano rendergliene più pungente ed in pari tempo più desiderato e continuo il ricordo. Nella loro disadorna brevità quelle poche frasi rapide, concise, buttate giù a scatti e talvolta anche incompiute, ma pur sempre suggestive, tra le quali con insistente affettuosità ritorna di tratto in tratto la frase piena di doloroso rimpianto per il fratello «il mio Enrico, il mio caro Enrico», conservano tutta intiera la loro ingenuità ed efficacia, come uscissero ancor vive direttamente dall'animo del giovane eroe che faticosamente le ha vergate col lapis nei giorni tristi dell'ospedale e della prigionia. Per ciò la commozione che viene da questi incomposti appunti è più immediata e più intensa: nel rifacimento posteriore di essi dato alle stampe l'efficacia dell'espressione spontanea riesce attenuata dalla preoccupazione letteraria, cui, sia pure inconsapevolmente, obbediscono anche gli eroi quando sanno di scrivere per il pubblico.

Non v'è artificio di letterato che valga la semplicità non cercata: così è degli appunti di Giovanni Cairoli, donde fra pochi tocchi, ma forti e schietti, si intravedono e balzan fuori effetti drammatici mirabili nella loro semplice verità. Valga per tutte la pagina dove è descritto lo svegliarsi dei feriti che giaciono abbandonati sul campo della pugna: nell'oscurità silenziosa della notte, incerti della loro sorte, impotenti a muoversi, si chiamano, si riconoscono alle voci, si scambiano le notizie e gli addii che credono gli estremi, e da ultimo la loro voce si unisce nel grido di Viva l'Italia. È una scena di così grandiosa e sublime semplicità che par staccata dai poemi omerici.

La nostra edizione riproduce integralmente l'autografo che Benedetto Cairoli consegnò a Federico Napoli e del quale il Ferrari trasse una copia. La lettera con cui il signor Napoli volle cortesemente permetterne la pubblicazione è ispirata a così nobili sentimenti che non possiamo trattenerci dal metterla sotto gli occhi dei lettori come degna prefazione agli scritti di Giovanni Cairoli.

«Roma, 7 gennaio 1899.

«Caro Ferrari,