«Un telegramma del ministero, giuntomi ieri sera e che vedrà nei giornali, annunzia una mossa tentata dalle nostre truppe e non riuscita. Le espressioni del telegramma lasciano nella maggiore perplessità. Chiesi nuove informazioni a un collega, prefetto in una città vicina ai luoghi ove è avvenuto lo scontro. Questi mi telegrafa ora le seguenti parole: Impossibile oggi valutare gravità e conseguenze dello scontro avvenuto. Nostre truppe ripassano Mincio. Giungono da ogni parte feriti e sbandati. Gran confusione e allarme. Nessuna notizia sulle mosse del nemico. La prevengo però che il mio collega, eccellente persona, è uomo che facilmente vede nero. Speriamo che presto ci giungano migliori notizie.»
Oh! no! non m’illudo! questo è il primo annunzio d’una sventura!... Io dovrei fin d’ora prepararvi gli animi in paese, ma ci è così poco preparato l’animo mio, che se mi provassi a dire una parola di speranza o di conforto, darei in uno scoppio di pianto. Sono rimasto chiuso tutto il giorno nella mia stanza facendo dire che sono occupatissimo. Ho la testa che scotta e la mano fredda e tremante. Domani la sarà in paese una ben trista giornata. E poi?...
30 giugno 1866.
L’agitazione, il dolore, lo sconforto, di cui toccarono a me le amare primizie, sono oggi nell’animo di tutti i miei compaesani. Da mattina a sera, la piazzetta del paese è sparsa di crocchi e di gente che discorre animata, con l’espressione della sorpresa e del dolore. Nessuno ha testa per le proprie incumbenze e per le faccende di casa; è un discendere a ogni minuto in istrada; un andare e venire, facendosi incontro a quanti passano, per udire e ripetere cento volte le stesse cose. Da ogni parte si discute, si grida, si impreca. Ognuno vuole aver preveduti gli avvenimenti da un pezzo; pretende saperne la cagion vera, e vuole spiegare ogni fatto che si capisce poco, con ragioni che si capiscono ancora meno. Il dolore de’ miei compaesani non è calmo e severo, come dovrebb’essere, ma è profondo; si manifesta come può, e bisogna pigliarlo come viene.
I discorsi incominciati con l’imprecare a quei nomi di personaggi, che si leggono più spesso ne’ giornali, finiscono per lo più con ingiurie e litigi tra gli interlocutori. Volendosi mettere a carico di qualcuno le colpe di tutti quelli che possono averne commesse, e meglio ancora volendosi aver sott’occhio il colpevole, il più delle volte la colpa delle nostre disgrazie vien gettata a qualche innocente galantuomo di Borghignolo. All’ora del corriere, tutta questa gente si affolla nello stanzino della posta, dove sta il Borsa. Il Borsa, che per essere quello che distribuisce i giornali si crede un poco responsabile di ogni notizia che vi si trova stampata, grida alla sua volta più di tutti; commenta, spiega, e conclude che le cose sono precisamente il rovescio di quello che appaiono. Con una faccia bianca come un panno lavato, bandisce i propositi più eroici, e vorrebbe farsi saltare in aria in compagnia di tutti i suoi compatriotti, nel mentre prova che le cose camminano a maraviglia e non potrebbero essere di color più roseo.
Ai gruppi della piazza e ai discorsi del caffè, questa volta si associano contadini e contadine che, sentendo parlare di cattive nuove, si fanno innanzi a domandare con angoscia dei loro figlioli. Ma nessuno gliene sa dir nulla, e allora quella buona gente viene da me. Nascondendo l’agitazione e il dolore che ho nell’anima, io cerco di mostrarmi a tutti pieno di calma e di fiducia. Con quelli che sono più facili alla speranza, vado in traccia di qualche ragione pacata che possa tranquillare loro e me. Con gli altri, pigliando un fare burbero e sicuro, tronco le querimonie, le accuse, le parole di sfiducia.
In casa Garofani, ove sono tutti mezzo tramortiti, cerco di tener ritti quegli argini dietro i quali avevano finora difeso essi stessi la loro serenità. Guai se cominciasse a filtrarci qualche dubbio! Tutti quei ragionamenti che avevano servito fino a ieri per rigonfiare la loro tesi, servirebbero oggi, dal primo all’ultimo, per provare tutto il contrario. Nell’udire le mie parole così franche e risolute, essi rimangono in una certa soggezione, e forse sospettano ch’io sappia qualcosa di secreto che nessun altro sa. Sola, Adelina, alza di tanto in tanto gli occhi incerti verso di me, e pare domandi se questo mio fare insolito sia di buono o di cattivo augurio. Povera figliola! Vorrei tenerle tutt’altro linguaggio, ma che cosa le posso dire fino a che non ho una nuova di Aldo?...
Ho scritto al prefetto, pregandolo di fare tutte le indagini possibili, e di sapermi dire dove pressappoco si possa trovare il battaglione di Aldo.