Anche Martino, assicuratosi che tutto era in ordine, e che le corde non si sarebbero allentate, seguiva una sua bambina venuta a dirgli che la minestra era scodellata.

Noi li seguiremo tutti e due, prima Massimo, poi Martino, perchè oramai cala la notte, la piazza si vuota, e non c’è più nulla da vedere. È comparso, è vero, un lampione a una cantonata, ma siccome questo lampione ha l’incarico, per cumulo d’impieghi, di rischiarare a un tempo la piazza, un crocicchio di tre vie, e la finestra del segretario comunale, così non si può pretendere che ci lasci vedere gran cosa.

II.

Non si creda però che a vuotare le stanze dell’avvocato Massimo bastasse quella sola carrata di mobili che abbiam veduta sulla piazza. Massimo se l’avrebbe a male di certo se qualcuno sospettasse una cosa simile, e per ciò soggiungiamo che il carrettiere dovette fare un secondo viaggio e ripartire con un carico poco minore del primo. Infatti, noi troviamo ora Massimo nella sua camera, in cui c’è pure, oltre il letto, un cassettone, un candeliere, e uno specchio appeso all’intelaiatura dei vetri della finestra. Peccato che non ci sia anche un tavolino!... Massimo non avendo preveduto il caso di doversi mettere quella sera una cravatta allo specchio e al lume della candela, non aveva pensato a tenersi in casa un qualche arnese da posarvi su un candeliere. Così anche questo problema era venuto ad aggiungersi a parecchi altri, che in quel momento confondevano la testa di Massimo, e gli mettevano addosso un’impazienza vicina a dare in uno scoppio di furia. Aveva finito col posare il candeliere sul mattonato; aveva sciupato due solini l’un dopo l’altro nel metterseli in fretta e quasi all’oscuro, e non aveva ancor deciso a quale cravatta e a qual panciotto dovesse dare la preferenza. Intanto i minuti, che erano contati, passarono, e a Massimo pareva già di arrivare in casa del marchese a minestra finita.

Un altro problema ancor più grave, a cui aveva pensato tutto il giorno e che credeva d’avere sciolto, gli ricompariva adesso dinanzi con tutte le sue difficoltà ad imbrogliarlo anche in quel po’ di nodo alla cravatta, per il quale avrebbe tanto desiderato una certa tranquillità d’animo. Era un dubbio, un’alternativa, da cui, come vedremo, credeva d’essere uscito. Si pensi dunque la sua impazienza nel vedersi tornare ancora dinanzi quel punto interrogativo, nel sentirsi ancora domandare una risposta! Così, chi lo crederebbe? mentre faceva di tutto per cacciar via la tentazione di que’ dubbi, avrebbe voluto che gli si staccasse un bottone dal colletto della camicia, e avere così un minuto ancora per discutere e per risolvere.

Massimo, in Castelrenico, se l’era sempre passata benone: con un po’ di bonomia e di furberia aveva saputo essere l’amico di tutti; tutti l’avevano in gran conto: si trattasse di politica o di merende, il capo era sempre lui. Aveva qualcosellina del suo; come avvocato guadagnava discretamente, e da ultimo aveva avuto anche una piccola eredità. Si sarebbe detto insomma che non gli mancava nulla: ma, venuto il 59, un diavolo tentatore cominciò a fargli sapere di qualche suo compagno dell’Università che s’era buscato di colpo un grosso impiego; e poi mano mano gli fece passare nelle vene un certo filtro che non gli dètte più pace; gli empì di fumi la testa, e non gli lasciò veder altro che onori, cariche, e un futuro Massimo di grande importanza.

Massimo sulle prime non disse nulla in paese, ma fece il suo disegno. Sotto vari pretesti lasciava Castelrenico a ogni tratto, e scendeva a Milano a riannodare delle conoscenze vecchie o a farne delle nuove che potessero dar colore ai suoi disegni. Trovò un deputato per Castelrenico, e se lo fece suo: trovò speranze e promesse per l’impiego che sognava fin che ne volle; e quando proprio gli parve d’essere a tiro, fece partire i mobili, e ne fece anche una più grossa, come vedremo a suo tempo.

Però, quando vide i mobili uscire di casa, Massimo cominciò a riflettere più seriamente di quello che non avesse fatto fino allora, che l’impiego doveva, è vero, venire, ma non era ancora venuto. Fu allora che pensò di preparare un piano di riserva per il caso che i piani principali andassero falliti, e cominciò a discutere tra sè, se dovesse raccomandarsi al marchese Renica, il quale aveva di certo chi sa quante di quelle conoscenze in alto, di cui una sola basta, come pensava Massimo, per ottenere tutto quello che si vuole. Ma gli si presentavano due cose rincrescevoli: la prima era quella di dover confessare che quel tale impiego, di cui tutto il paese parlava e per il quale andava accettando le congratulazioni, non era finora che una speranza; e la seconda era quella di dover pregare il marchese, personaggio di colore aristocratico, e col quale, com’egli aveva detto tante volte con gli amici, poteva tutto al più dividere un pranzo, ma non una sola delle opinioni politiche.

Massimo dunque aveva dubitato tutto il giorno; ma di mano in mano che vedeva uscire un mobile di casa, anche i dubbi gli diminuivano, e alla fine s’era deciso di raccomandarsi al marchese e di parlargli dell’affar suo quella sera stessa, subito dopo il pranzo.

Ma, come abbiamo veduto, i dubbi nella scelta della cravatta gli avevano ridestati tutti i dubbi di quella giornata, e per discutere ancora, andava tirando i bottoni per assicurarsi che fossero saldi. Lo erano; e in quel punto sonavano le sei. Massimo allora, fatti gli scalini a quattro per volta, infilò le strade di corsa, e come fu al portone del palazzo Renica non pensò più ad altro che a cercare il modo migliore per confidarsi col marchese e domandargli la sua protezione. A proposito di questa protezione gli amici avrebbero potuto dirne molte, e a proposito del marchese egli ne aveva dette, altre volte, moltissime; ma in quel momento al suo pensiero non si presentò nulla di tutto questo: tante sono le cose che si dimenticano quando si chiede un servigio!: e dopo poi, quando il servigio è stato reso, se ne dimenticano ancora di più.