Il cameriere del marchese Renica, nell’annunziare il signor Massimo Della Valle, annunziò anche ch’era in tavola. Il marchese, data a Massimo una stretta di mano, andò a porgere il braccio a sua nuora, e s’avviò verso la sala da pranzo seguito dai commensali. Oltre al marchese Antonio Renica, sedettero a tavola il maggiore de’ suoi due figli il marchese Giorgio, la moglie di lui la marchesa Giulia, il curato, il signor Mevio ingegnere della casa, il signor Rocca consigliere di tribunale in pensione, il nostro Massimo, e don Gilberto.

Don Gilberto, di professione uomo elegante, possidente, celibatario, e che aveva passati, non si sapeva da quando, i cinquant’anni, dopo essere stato il compagno indivisibile di tutte le scappate giovanili del marchese Antonio, gli era ora il collega fedele d’ogni sera a’ tarocchi, togliendosi per un’ora al bel mondo al quale non aveva mai rinunziato. Don Gilberto era appunto venuto in quel giorno da Milano, e s’era trovato per istrada col signor Mevio e col signor Rocca.

Durante quei primi momenti di silenzio che cominciano con la minestra, Massimo, dopo aver aggiunto a’ suoi piani, lì su’ due piedi, anche quello di non fare le sue confidenze al marchese che dopo il pranzo e a quattr’occhi, se ne stava già tutto con l’animo sospeso per timore che, durante la tavola, qualcuno scappasse fuori a parlare del suo impiego, e così gli mancasse poi l’occasione o il coraggio di riparlarne col marchese in un momento più favorevole. Ma con sua gran consolazione si cominciò a parlar di tutt’altro. Don Gilberto, seduto vicino alla marchesa Giulia, aveva subito preso a raccontare una filza di storielle campagnole e cittadine raccolte di fresco, e tutte nuove per i suoi ospiti. La marchesa, che pareva rinascere, interrompeva a ogni tratto con domande don Gilberto, e nel lasciare mano mano l’aria svogliata e troppo rassegnata che aveva di solito a Castelrenico, si faceva bella ancora per un momento come fosse in città. Il marchese Giorgio, giovane marito, rideva; rideva fin troppo, perchè certe cose è prudenza ascoltarle come argomenti di studi, lasciando da parte le risate.

Il marchese Antonio si divertiva anche lui, e il suo gusto era quello di compiere le frasi quando don Gilberto si fermava e ne ravvolgeva la fine in qualche velo elegante. Gli altri commensali di tanto in tanto fingevano di prender parte anch’essi a quei discorsi e di divertirsene, benchè non ne capissero nulla; circostanza di cui don Gilberto non pareva curarsi molto.

L’ingegnere Mevio, in qualche momento d’intervallo, aveva cercato di far ripetere al curato, per la centesima volta, una vecchia storia di certe orecchie d’asino scambiate da lui, andando a caccia, per le orecchie della lepre; e il curato, facendo il sordo, aveva cercato deviare l’attenzione dalle sghignazzate dell’ingegnere voltandosi verso Massimo con un «dunque, signor avvocato, quand’è che si va a Milano?» Ma l’avvocato facendo il sordo anche lui, s’era voltato verso il marchese e verso don Gilberto, e raccogliendo qualche loro parola s’era fatto animo a domandare la spiegazione di qualcosa, ripetendo poi in tono d’approvazione qualche sentenza udita nei loro discorsi. Questi minuti d’agitazione tanto per il curato che per Massimo s’erano ripetuti più d’una volta, ma erano durati poco, perchè don Gilberto non era uomo da tacere un pezzo, e a proposito d’un discorso finito ne incominciava subito un altro che non ci aveva nulla a che fare.

A questo modo il nostro Massimo attraversò il desinare abbastanza felicemente, e giunse nel porto delle frutte proprio secondo i suoi disegni. Alle frutte s’era deciso a parlare anche il consigliere Rocca, e aveva avuta l’ispirazione infelice di lanciare una parola di malumore contro l’attuale legislatore, come diceva lui, a proposito di un’ultima storiella campagnola raccontata da don Gilberto, in cui c’era un’avventura galante d’un giudice di mandamento.

Il marchese Antonio aveva preso fuoco contro il consigliere in difesa del legislatore; e il consigliere, che non pareva in vena di cedere, rinforzava i suoi argomenti, richiamando soprattutto le cose stesse che il marchese soleva dire ogni momento. Il marchese continuava la sua tirata senza ascoltare il consigliere; così e l’uno e l’altro andavano innanzi a una voce col loro soliloquio, scostandosi mano mano dall’argomento e affannandosi a rispondere a quello che il loro interlocutore non s’era mai sognato di dire.

Il marchese Antonio non aveva avuto dalla natura il dono di vedere anche quel tanto di buono che ci può essere nelle cose di questo mondo, frammisto pure a tutto il male possibile; del qual male bisognava sempre convenire con lui, per non dargli un dispiacere troppo forte. Egli vedeva ogni cosa in colori neri; prevedeva male di tutto; e l’esito, secondo lui, gli dava sempre ragione. Questa disposizione d’animo non lo rendeva troppo amico delle molte novità che vedeva da qualche anno, e finora non ce n’era stata una sola di cui non avesse trovato da dire o da pronosticar male. Ma a dirne male poi voleva essere solo. Anche in questo i tempi non gli erano favorevoli. Le censure e le opposizioni alle cose nuove, in cui trovava un seguito facile e numeroso, sia che gli paressero un segno di concordia, cosa in cui diceva di non credere, sia che lo toccassero su di una corda giovanile che forse vibrava più di quello che egli volesse ammettere, lo stizzivano presto, e quelli che credevano di fargli coro, se lo trovavano a un tratto di contro oppositore e battagliero, con loro grande maraviglia. La corda giovanile era stata quella di una grande avversione al dominio straniero. Era stato tra i più attivi finchè s’era trovato sulla breccia in compagnia di pochi; ma poi, quando aveva veduto crescere le file, s’era tirato in disparte, come se gli avesse dato noia anche in questo la troppa compagnia. Un certo sorriso ironico che gli sfiorava le labbra al solo udire il nome di cose nuove o di uomini nuovi, e le sue tirate a proposito d’ogni più piccola novità, gli avevano procurata la riputazione d’uomo retrivo, e di fautore dell’assolutismo. Quelli però che l’avevano in questo concetto non sapevano che il marchese Renica era troppo aristocratico per volere al disopra di sè de’ padroni assoluti. A Castelrenico si credeva quello che credevano i più, e non si andava poi a guardar troppo per il sottile.

Il consigliere aveva appena finito di rispondere a una parte della sfuriata del marchese Antonio, quando questi levandosi da tavola e porgendo di nuovo il braccio alla nuora s’era avviato verso la sala. Lo seguirono i suoi commensali, alcuno dei quali non prevedendo una conclusione così brusca, e sicuri che la discussione li avrebbe lasciati assaporare in pace un bonissimo marsala, dovettero abbandonare sulla tavola il bicchiere pieno; ad eccezione però dell’ingegnere che, essendo in maggior confidenza con la casa, si levò per l’ultimo, e lo vuotò.

Ma il consigliere, che aveva ancora da rivedere il conto al legislatore, aveva ripreso in sala un punto della discussione per mettere al muro il marchese, intanto che un cameriere e un servitore erano entrati col caffè. La marchesa Giulia, suo marito e don Gilberto erano andati a sedere presso un tavolino da lavoro, in uno degli angoli della sala, e avevano ripreso a mezza voce i loro discorsi. Gli altri erano rimasti in piedi in giro al marchese, e andavano sciogliendo lo zucchero nelle tazze col cucchiaino, intanto che il consigliere cercava di sciogliere contemporaneamente quel tal suo punto.