«Le chiacchiere sono chiacchiere, e io torno alla mia conclusione,» disse il marchese deponendo la sua chicchera.... «Se tutti, dal primo all’ultimo, devono comandare, tocca a voi, caro consigliere, a fabbricarmi quel tale che dovrà ubbidire!...»
«Non è questa la questione, vi ripeto, perchè quando io critico il nuovo legislatore, è quando lo considero obbiettivamente. Dio mi guardi dal portare attentato, soggettivamente, all’autorità del legislatore. Se non mi fate questa distinzione, non ci intenderemo più. Io voglio indiscutibile e venerata l’autorità del legislatore soggettivo; ma, obbiettivamente parlando, posso dire che il legislatore mi fa delle corbellerie, senza punto contraddirmi, perchè è molto chiaro che....» Ma era molto bollente anche il caffè, e il consigliere che aveva voluto berne un sorso in quel momento, dovette troncare di nuovo la sua tesi, e con una smorfia che non ci aveva nulla a che fare.
«Finchè le faccio io queste critiche,» ripigliò il marchese, «e finchè le fate voi per conto vostro, vi dirò: va benissimo. Ma quando me ne fate una teoria, allora vi dico: guardatevi attorno! guardate il bell’effetto della vostra teoria! Tutti gl’imbecilli sono diventati tanti commentatori di codici, e il vostro legislatore riveritissimo può fin d’ora domandare un posto d’usciere al suo lustrascarpe!»
«Voi dite hoc post hoc, ergo propter hoc,» continuò il consigliere a cui era passata la scottatura.
«Ci vuol altro che gli hoc, caro consigliere: negatemi il fatto se potete.»
«Cioè, anche qui bisogna distinguere. Se voi mi dite oppressi sumus non solo dalle opinioni del volgo, ma etiam dalle opinioni hominum leviter eruditorum, come diceva Cicerone, allora siamo d’accordo. Ma se poi dobbiamo considerare nella sua natura e nelle sue conseguenze il nuovo diritto pubblico, quello voglio dire del regime libero....»
«Oh! ecco la gran parola! mi congratulo di sentirla anche da voi! Il regime libero! La libertà! Sicuro che io la voglio la libertà! Anzi quel tale che mi deve avere per suo servitore umilissimo non è mai nato, e non ha neanche l’intenzione di nascere, ch’io mi sappia. Sicuro che io la voglio la libertà! Ma la voglio per me, per voi se la vi garba, e per quelli che sanno che cosa sia e che cosa voglia dire! Ma oggi si vuol far credere che la libertà sia una cosa fatta per tutti quelli che passano per strada, e così vi domando io che succede poi della mia libertà e della vostra?»
«Sono lontano anch’io, caro marchese, lontanissimo dall’essere fautore della libertà come la s’intende in oggi, e se i tempi non consigliassero una certa prudenza, vorrei proclamare ciò pubblicamente, senza soggezione di nessuno. Sicuro che di questo passo, rotte le dighe d’ogni stabile autorità, andiamo diviato verso quella tal società dei pesci, di cui parla l’Eineccio, ubi major devorat minorem. Ma è appunto per ciò ch’io criticavo il legislatore. Lasciatemi dunque ritornare al punto principale della questione....»
Il curato che, per mostrare di seguir con interesse la discussione, avrebbe voluto metterci qualche parola del suo, e che fino allora non aveva trovato il punto opportuno, si approfittò della società dei pesci per esclamare un «benissimo» accompagnato da una risata e da una fregatina di mani.
Massimo taceva. Si poteva pensare, e forse lo pensava il curato, che il silenzio di Massimo fosse un silenzio di disapprovazione all’indirizzo delle cose che dicevano il marchese e il consigliere. «Questa volta però mandale giù!» diceva fors’anche tra sè il curato; ma in verità questa volta Massimo era occupato di tutt’altro. Le sue opinioni politiche erano in quel momento l’ultimo de’ suoi pensieri; ma piuttosto andava pensando che una discussione messa per quella via, e a quel modo, poteva anche durare tutta la sera; che il marchese si faceva sempre un tantino più aspro e intollerante; e che a lui intanto sarebbe mancata l’occasione, o l’animo, di porgere in bel modo, e con buon successo, quella tal parlatina per il suo impiego. Così, nella sua mente, egli aveva già perduti di vista i due che discorrevano, e aveva sostituito un nuovo piano, quello di andarsene al più presto e di ritornare l’indomani, spiando il momento di potersi trovare a quattr’occhi col marchese.