Il piano era deliberato, e già gli era data un’ultima mano, quando la discussione del consigliere e del marchese, la quale a furia di logica faceva le più lunghe strade in pochi minuti, era venuta a minacciar Massimo da vicino, senza che egli se ne avvedesse, in un modo spaventoso.

Dal legislatore si era venuti al tempio della giustizia e alla maestà del magistrato. Il tempio della giustizia aveva messo di nuovo sossopra il marchese, e il magistrato poi lo aveva fatto scattare del tutto.

Per calmare il suo avversario, il consigliere aveva cercato di abbandonargli, come vittime espiatorie, gli impiegati amministrativi; ma con ciò s’era creduto tanto più in diritto di non transigere d’un punto quanto a quelli della magistratura giudiziaria; e s’era piantato sui due piedi, e con le mani in tasca, col piglio d’un uomo risoluto a non cedere d’un passo. Il marchese non voleva distinguere neanche questa volta, e siccome tra la molta gente che non gli andava a genio c’erano pure gl’impiegati, e ci avevano anzi uno dei primi posti, così metteva in un medesimo fascio anche quelli del tempio della giustizia, con grande sorpresa dell’antico consigliere.

Il curato, che non aveva tenuto dietro bene alla questione, ma che spiava sempre il momento di venir fuori anche lui con una parola del suo, sorpreso a un tratto da una pausa che si fece nella discussione, si credette arrivato al punto buono; e poichè aveva udite tante esclamazioni a proposito di impiegati e d’impieghi, esclamò anch’egli: «Un bell’impiego e, a quanto si dice, un impiego in grande, è toccato qui al nostro avvocato! Non so se il signor marchese lo sappia?...»

Si pensi che cattivo scossone fossero quelle parole per Massimo, il quale stava appunto mettendosi in salvo mentalmente. Tanto più che le parole del curato furono subito afferrate dal consigliere, il quale, avendo a che fare con un avversario più ostinato di lui, fu lieto di vedersi aperta improvvisamente una porta, e di poter così uscire senza arrendersi, e senza consegnare il tempio. Allora cominciò una tempesta di domande e di congratulazioni del consigliere e del curato al povero Massimo, il quale s’imbrogliava come un pulcin nella stoppa, e non pareva proprio più quel tale che aveva la riputazione d’essere l’uomo più disinvolto di Castelrenico.

Il marchese intanto s’era fatto silenzioso; e, alla fine, quando il consigliere e il curato lo vollero tirar per forza nel discorso e vollero cavare anche da lui delle congratulazioni, pigliando una delle sue attitudini più serie e più asciutte, si rivolse a Massimo e gli disse:

«Lei sa, caro avvocato, ch’io nè balbetto, nè faccio complimenti, mai. Ora, a proposito di questo impiego, le posso fare degli augurii, ma congratulazioni.... no! Se mi avesse domandato il mio parere in tempo, le avrei detto che se era stanco di passarsela bene, lei poteva preferire all’impiego il nostro campanile del paese, e con un salto rompersi il collo in un modo più spiccio. La sarà una mia prevenzione.... ma che vuole? io le avrei detto così! Ora, che la cosa è fatta, le auguro, come si suol dire, una luminosa carriera; e sarò ben lieto di fargliene poi le mie congratulazioni.... E ora, lei ci favorisce a far la partita?»

Il marchese s’era interrotto a quel modo, vedendo ch’era entrato un cameriere a disporre il tavolino da gioco. Massimo si scusò col pretesto di qualche faccendola da sbrigare, dovendo partire la mattina dopo; e sull’affare dell’impiego biasciò quattro parole che furono quasi un soliloquio. Poi salutò tutti quanti, e cercò e trovò il suo cappello, dopo aver preso perfino quello del curato. Il curato e il consigliere rimasero in un profondo silenzio senza dar segno di volerne uscire così presto; e il marchese, picchiando sulla spalla di don Gilberto, gli andava ripetendo che il tavolino era pronto.

L’avvocato Massimo scese le scale, uscì dal portone, e appena fu in strada, presa una delle còcche della cravatta, con una brusca tirata e con una bestemmia sciolse quel nodo che aveva composto con tanta fatica in onore del marchese. Poi andò diviato a casa, dove lo lasceremo in compagnia de’ suoi bauli e de’ suoi pensieri.

III.