Quando Massimo e Martino il legnaiolo lasciarono la piazza, dopo aver dato ciascuno un’ultima occhiata al carrettone, abbiamo promesso di seguirli tutti e due, e di chiudere quella prima giornata del nostro racconto in compagnia prima dell’uno e poi dell’altro. Ora dunque che abbiamo lasciato Massimo, andiamo a cercar Martino, e andiamo ad aspettarlo in casa sua, mentre Caterina, sua moglie, fa levare il bollore alla minestra, dopo aver mandato la figliola a dire al babbo che la minestra era scodellata da un pezzo.

In un angolo della cucina, e lontana dal focolare, perchè guai a sentir la fiammata, stava seduta la Ghita, che molti però cominciavano già a chiamare la signora Ghita, perchè mortole il marito che faceva il bottaio, e rimasta senza figli e con qualcosina, aveva chiuso bottega e viveva del suo. La Ghita filava con grande attenzione una rocca di filaticcio per tirarne filo da calze, ch’era il regalo che faceva ogni anno al curato per Natale. Le due donne di tanto in tanto parlavano tra loro, ma parlavano piano per non essere intese dai ragazzi, i quali però erano occupati di tutt’altro. Il più grandicello, seduto sul margine del ripiano del focolare, era tutto intento a sagomare col coltellino un pezzetto di legno; mentre il fratellino minore, ritto sulle punte de’ piedi, osservava tutto assorto anch’esso la gara che facevano tra loro i fagioli coi grani di riso nel venir su e nello scomparire dalla superficie bollente della pentola. E seduta anch’essa sullo stesso margine, al lato opposto, se ne stava una bambina in gran faccende ad acconciare un pezzetto di carta a guisa di cuffia intorno al faccione rassegnato d’un bel gatto grigio, il quale chiudeva gli occhi e lasciava fare, senza punto aver l’aria di pigliarsi a male quegli scherzi, perchè sapeva che erano scherzi innocenti.

«Oh che mi dite, povera Caterina! A dirvi la verità, ne avevo sentito parlare, perchè tutto il paese ne parla.... e se sentiste che cosa si dice! ma io non ci volevo credere.... e sono venuta qua apposta; ed ecco che voi mi dite le stesse cose. Ma dite su, dite su, povera Caterina; perchè quando si hanno dei dispiaceri è una gran medicina quella di parlare, di sfogarsi, e di non tener niente sullo stomaco!»

«Insomma, come vi dicevo, dopo quella volta che è andato in Svizzera, quattr’anni fa, il mio uomo non è stato più lui.»

«Eh! però, un po’ di estro il vostro Martino lo ha sempre avuto!»

«Ma vi dico di no! Prima che andasse in Svizzera era l’uomo più tranquillo di questo mondo.»

«Eppure lo diceva sempre anche il mio Andrea, buon’anima, ch’era quell’omone che sapete!... Basta, dite su.»

«Insomma, tornato dalla Svizzera, dove l’aveva voluto condurre a lavorare per qualche mese un mastro di quei luoghi, cominciò a dire che lui aveva vedute cose, cose da perderci dietro la testa!... che aveva rubati quattro o cinque mestieri, e che un giorno o l’altro lo si sarebbe veduto fare, tutto in una volta, il segatore, il tornitore, lo stipettaio, il bottaio....»

«Il bottaio? Ah, pover uomo! si vede che aveva proprio perduto la testa! Ma non sapete quello che diceva il mio povero Andrea, lui! lui che indovinava le capruggini alla prima!...»

«Ebbene, state a sentire. Da quel giorno Martino cominciò a guardare, senza poter più levarne gli occhi, quell’acqua che chiamano della valletta; quella che vien giù forte, come sapete, dal monte, e che poi va perdendosi in quel primo prato giù al piano e vi stagna un poco. Oh se avessi quattrini! esclamava sempre, e ogni giorno andava a guardar l’acqua. Ma che volete farne voi di quell’acqua? gli dicevo io; non ne ha fatto niente mai nessuno!... Cosa farne? diceva lui; lo so io cosa farne! lo so io! E poi picchiandosi la fronte, ogni tanto tornava a esclamare: eppure qua dentro c’è qualcosa!»