«Figuratevi!»

«E dice di voler fare una fabbrica su quel prato, per fare tante cose che sa lui, e che non vuol dire! Chi l’avrebbe detto che quel codicilio, come lo chiamano, che abbiamo ereditato dallo zio, doveva essere la nostra disgrazia? Se mio marito non aveva quella eredità, a poco a poco non avrebbe pensato più a quella benedetta acqua!... Ora, invece, parla di fabbricare, di spendere tutto quel poco che lo zio, per sua grazia, morendo ha lasciato; e per di più vuol fare anche un grosso debito, perchè quel tanto che c’è, non basta....»

«Che se invece impiegavate quel codicilio con un buon pegno in mano, come faceva il mio Andrea....»

«Ma! Che volete? E poi.... e poi....»

Intanto Caterina s’era messa a grattare il formaggio per la minestra, dopo essersi asciugata una lacrima col dorso della mano.

La Ghita guardò Caterina con nuova e maggiore curiosità; poi, fatta una cocca del filo sulla punta del fuso, con uno scatto dato dalle dita fece girare il fuso rapidamente su di sè, intanto che ripigliava in tono compassionevole:

«Dite su! dite su! povera Caterina, che lo sfogarsi nelle tribolazioni è, per così dire, un vero elettuario.»

«Insomma, a dirvela tutta, dovete sapere che mio marito parla anche di mandare il mio Tonino, che vedete lì, in quel paese della Svizzera dove è stato lui, e anche più in là, per fargli imparare tutte quelle cose che lui ha in testa, e delle altre ancora.»

«Misericordia! E voi che cosa contate di fare?»

«Questo è quello che non so!»