«Sicuro che vi dirò tutto! Però, siccome qua ci potrebbe mancare il tempo, e poi non vorrei neanche dar troppo nell’occhio, così per stasera non vi dico che quattro parole. Dunque dovete sapere che, fin da quattro o cinque mesi fa, vedevo qualche volta al caffè seduto a un tavolino vicino al mio, un signore, un bel giovanotto, che si capiva che non era milanese, ma che nullameno pareva un uomo a modo. Un giorno lo salutai; un’altra volta gli diedi il giornale, dopo averlo letto io; poi si scambiò qualche parola; egli aveva con me un fare molto rispettoso; io ero gentilissimo sempre.... insomma, finii una volta col dirgli ch’ero il signor Giovanni Figini, sergente della settima compagnia; lui allora mi disse che era l’avvocato Massimo Della Valle; e si diventò amici. Era la prima volta che questo signore passava a Milano una settimana tutta di seguito, figuratevi! Ha veduto questo? gli domandavo io; ha veduto quest’altro?... Non aveva veduto niente!... Venga con me! venga con me! Lo condussi sul Duomo, e rimase per tutto quel giorno con la bocca aperta. Eh! comincia così presto lei a andar in visibilio? gli dicevo io. Vedrà! vedrà!... Lo condussi di qua, lo condussi di là, sul Corso, in piazza d’Armi, in omnibus, in teatro, in casa mia, nei caffè dove si fanno i migliori sorbetti, negli alberghi dove si pranza meglio: naturalmente pagavo io; lui non voleva, faceva dei complimenti, e ogni tratto esclamava: — Ma i Milanesi son tutti così! — E infatti, se volete, per il forestiero ci vogliamo noi altri!...»

«Bisognava sentire cosa dicevano di me i Francesi nel cinquantanove!» interruppe Ambrogio.

«E di me, cosa non dicevano! Ma tornando all’avvocato, un giorno gli domandai: E lei di che paese è? Io sono di.... e mi disse un nome lungo, che non avevo mai sentito, e che comincio appena adesso a imparare; un nome stravagante e che non vuol dir niente, come usano questi foresi. Mi disse poi che questo suo paese era lontano un quaranta o cinquanta miglia; e per allora non gli domandai altro. Passa una settimana, ne passano due, ne passano tre, e intanto l’avvocato veniva a cercarmi a ogni tratto; non poteva staccarsi da me, proprio come un bambino di sei anni! e sì che capii subito che era un talentone, sapete!... ma insomma non faceva più nulla se non aveva un parere del signor Figini! Egli era sempre in casa mia e.... era tanto innamorato di me, che a poco a poco finì con l’innamorarsi anche di mia figlia! Piano! piano!... alto là!... alto là! pensai subito tra me. Qui non si scherza.... patti chiari, amicizia lunga! La cosa però, capirete, era difficile e delicata. E qui, bisogna che ve lo confessi, ho dovuto proprio persuadermi che, in fatto di saper condurre le cose come va, la cedo a pochi. Chi sa cosa avrebbe fatto un altro? Chi sa che pasticci!... Io cominciai a fingere di non capir nulla, tenendo però d’occhio a tutti....»

«E domandando intanto le informazioni necessarie....»

«Adagio! adagio! Prima di domandare le informazioni agli altri, ho voluto farlo cantar lui, per poi fare i confronti, capite!»

«Ah!»

«E così discorrendo, come si fa, della politica e del bel tempo, venni a risapere che l’avvocato ha del suo più di quello che lui non creda; che ha una casa che guarda su una piazza; e che ha avuto per di più anche una eredità. Vi par che basti?»

«Eh sicuro!»

«Ma Giovanni ne volle sapere di più! E seppe che l’avvocato aspetta da un giorno all’altro un impiego, ma che impiego! Seppe che l’avvocato ha degli amici in alto, e nelle Camere e dappertutto; che nel suo paese poi è il factotum dei primi signori, di due o tre marchesi, e che è l’amicone, indovinate un po’ di chi?... dell’ingegnere Mevio...»

«Oh! di quell’ingegnere.... così allegro....»