A questa chiamata improvvisa, il nostro sergente saltò in piedi, e vide sulla porta del camerotto la sentinella, con la faccia intirizzita, e col piglio di cattivo umore.

«Oh! la mi scusi.... vengo subito. Son così matti questi orologi!... non ce n’è due che vadano d’accordo!» esclamò il nostro Giovanni, mentre la sentinella ritornava al suo posto, borbottando: «Dimenticare le sentinelle con questo freddo.... bella disciplina!...»

«Ehi là! a chi tocca!... signor Pietro!» continuava il sergente avvicinandosi alle brande.... «Eh! dormono come tassi!... Abbiate pazienza, Ambrogio, fatela voi adesso la vostr’ora, ve la terrò breve... e poi continueremo il nostro discorso.»

V.

Dunque nel caffè di Castelrenico le cose le si sanno, e non ci si dicon frottole! È là che abbiam sentito per la prima volta che l’avvocato Massimo prendeva moglie; e che la cosa fosse vera, lo possiamo ora attestare anche noi tutti, che abbiamo udito il discorso del signor Giovanni. Se in Castelrenico c’era qualche incredulo, questo ebbe presto sotto gli occhi le prove del contrario, perchè Massimo, pochi giorni dopo la sua partenza, scrisse a quattro o cinque de’ suoi amici, e diede loro la nuova del suo matrimonio. Sopra questo fatto in caffè si discusse molto. — «Ah qui c’è del mistero!... Qui non ci si vede chiaro!... Non dir niente a nessuno.... andare a Milano.... dopo una settimana scrivere che s’è sposi.... insomma non ci si vede chiaro!... Massimo non è più lui, e caso mai voglia darla a bere a qualcuno, pigli i Milanesi, ma non quelli di Castelrenico!» — A chi parlava così s’univan poi quelli ch’eran piccati che Massimo avesse scritto ad altri e non a loro. La conclusione unanime fu che non gli si doveva rispondere, e quelli che avevan avuta la lettera furono i più fieri in questo partito: l’avvocato Massimo però riceveva da ciascuno, il giorno dopo, una risposta tutta congratulazioni e proteste d’amicizia.

Diremo a giustificazione di Massimo, che se questa volta s’era tenuto un poco abbottonato con gli amici, era stato in grazia d’un certo timore che l’aveva preso prima di partire, che cioè l’affar dell’impiego potesse andar per le lunghe; e fino allora egli era stato sempre fisso che senza impiego non si faceva matrimonio. Ma giunto a Milano, le istanze del signor Giovanni e della sposa furon tali che dovette cedere; e così per il matrimonio si fissò il giorno, e si permise all’impiego di arrivare anche un po’ dopo. Questa condiscendenza però aveva lasciato al nostro Massimo qualche scrupolo; non pochi nuvoli attraversavano di tanto in tanto la sua contentezza, e per diradarli egli era andato in que’ giorni tempestando di lettere il suo amico deputato, perchè spicciasse questa faccenda dell’impiego or che tante ragioni lo facevano diventar urgente. Il deputato aveva risposto cento belle cose, ma sempre mietute nel campo delle speranze: la risposta che doveva metter la gioia in tutti non arrivò proprio che il giorno stesso del matrimonio.

In quel giorno, uno de’ primi del gennaio, non c’era stato un minuto di riposo in casa del signor Giovanni. Era stato un andirivieni continuo di parenti, di amici e di curiosi: il campanello di casa aveva risonato tanto da assordare. Eran visite o ambasciate; era la sarta o il parrucchiere; eran fattorini con ceste di focacce, paste dolci e bottiglie, perchè c’era invito di amici per la sera. Insomma avevan tutti tanto di testa, e fin gli sposi auguravano in cuor loro che finisse presto questo giorno, che pur avevano aspettato come il più bello della vita. Verso il tramonto ci fu un po’ di tregua. Non eran rimasti che quattro amici, tra cui l’ingegnere Mevio e Ambrogio, il compagno d’armi di Giovanni, che dovevan fare da testimoni, e una parente che doveva accompagnare Enrichetta alla chiesa. Alla chiesa si doveva andare più tardi, dopo aver pranzato tutti in compagnia.

Tutti s’eran detto da un pezzo che a quel pranzo ci doveva essere tanta allegria, che nessuno avrebbe saputo come star nella pelle. L’ingegnere Mevio cominciò infatti a tavola qualche barzelletta a proposito del matrimonio e degli sposi, e gli invitati fecero il possibile per rider proprio di cuore. Anche Giovanni, per far gli onori di casa, dava di tanto in tanto in una gran risata; ma la risata finiva presto senza ch’egli lo volesse, e quasi a suo dispetto. Allora guardava i suoi sposi, i quali gli ricambiavano un sorriso in cui c’era tutt’altro che quell’allegrionaccia che tutti s’eran promessa. Pareva anzi che su quel sorriso fosse disceso un leggier velo di malinconia. Eppure que’ due sposi eran felici davvero! ma ogni minuto che li avvicinava a quell’ora tanto solenne, raccogliendo gli animi loro, vi suscitava una gioia, ma insieme una trepidazione di più. Era parso loro mille volte d’aver proprio bisogno di dire il loro affetto al mondo intero; ma in quel punto s’accorgevano che anche que’ pochi quattro amici eran di troppo.

Alle frutte si udì una nuova scampanellata. Giovanni fece un moto d’impazienza, come a dire che, a quell’ora almeno, avrebbero dovuto desinare, e starsene a casa loro, anche i seccatori. Poco dopo entrò la serva con una lettera diretta all’avvocato Della Valle. Questi la prese, riconobbe la mano di scritto del suo amico deputato, l’aprì, la lesse rapidamente, e diede in una così lieta esclamazione che fece balzar in piedi il signor Giovanni, e deporre coltelli e forchette a tutti i convitati. Sulla faccia di Massimo era comparsa a un tratto un’allegria così schietta, quale nessuno gli aveva veduta mai. «Leggete, leggete pure,» diss’egli rizzandosi; e Giovanni che non ne poteva già più per l’impazienza, prese la lettera, si mise gli occhiali, e lesse ad alta voce: