«Carissimo Avvocato,

»In questo punto mi vien data una buona nuova per voi, e ve la scrivo in tutta fretta per non ritardarvela d’un minuto. Poco fa, nell’uscire dalla sala del Parlamento, passai vicino a quel ministro, a cui vi avevo così calorosamente raccomandato. Il ministro, vedendomi, si rizzò, mi strinse la mano e mi disse: — Sono lieto di poter fare finalmente qualcosa per il suo raccomandato: il posto c’è, e tra pochi giorni potrò firmare il decreto. Il suo raccomandato desidera rimanere in Milano, nevvero? È cosa che si potrà combinare facilmente.... ne parleremo; passi da me....

»Dopo queste precise parole mi strinse la mano di nuovo, e ritornò al suo posto. Dunque, come vedete, la cosa è fatta. Fra qualche giorno andrò dal ministro, saprò di quale impiego si tratta, e farò tutto il possibile perchè rimaniate a Milano. Vi scriverò dunque di nuovo e prestissimo, perchè abbiate più completa la bella nuova d’oggi.

»Vi stringo la mano, e mi congratulo di cuore con voi.»

La fine di questa lettera fu accompagnata da un batter di mani e da un evviva generale. Tutti si levarono da tavola, e Massimo corse a stampare un bacio sulla fronte di Enrichetta: non si sarebbe detto più che que’ quattro amici presenti fosser di troppo! La gioia di sentirsi quel lungo dubbio giù dalla coscienza, era stata più forte d’ogni altro sentimento più ritenuto e delicato.

«Che bella lettera! Come scrive bene questo deputato!» aveva esclamato per prima cosa Giovanni, togliendosi gli occhiali, e tenendo la lettera spiegata. «Eh, ne abbiamo degli uomini!»

«Evviva il nostro consigliere di governo!» gridava l’ingegnere Mevio, alzando un bicchiere da cui non s’era staccato nel lasciar la tavola.

«Eh sicuro! qui si tratta d’un posto di consigliere,» diceva uno dei convitati.

«E a dir poco!» soggiungeva un altro.

«Piano, piano, non sarà poi tanto!» disse alla sua volta anche Massimo con una certa modestia.