Un lungo e acuto fischio della locomotiva mi annunziò che ero a pochi passi da Milano. Misi il capo fuori dello sportello per veder subito la famosa guglia del Duomo; ma tutto era ravvolto in un vapore denso e grigio. Il cuore mi batteva forte; credetti che l’emozione mi facesse velo agli occhi. Io avevo lasciato il giorno innanzi il bellissimo cielo delle mie valli, senza un saluto, con la sdegnosa impazienza di chi muove verso il regno delle sette maraviglie. Tra una nebbiaccia umida e fitta, che non lasciava vedere a un palmo dal naso, urtato dalla folla, assordato da un chiasso inurbano di facchini e di conduttori di carrozze, ma pieno della mia vergine venerazione, mi accostai con tutto il rispetto a un cittadino vetturale, che mi cacciò in un suo legno, mi condusse alla locanda, mi strapazzò un pochino, e mi prese anche un po’ più di ciò che gli era dovuto. Gli feci le mie scuse umilissime, persuaso d’aver io mancato in qualcosa; e s’anco mi avesse dato dei pugni, non sarebbe riuscito per il momento a rompere il mio incantesimo. Il mio primo pensiero fu quello di mettermi in vestito da festa, e di correre nelle braccia dell’amico X. Il nome dell’incognito amico mi era però noto da qualche tempo; egli stesso me lo aveva scritto nella prima lettera che mi aveva mandato da Milano. Il suo nome era Bartolommeo....; gli amici lo chiamavano comunemente Bortolo, e i compatriotti poi Bortolino. Egli aveva avute molte vicende nella sua vita. Dopo il quarantotto aveva peregrinato per le città della Svizzera ora facendovi l’editore, il traduttore, o il corrispondente di giornali, ed ora facendo in mancanza d’altro il negoziante. Aveva qualche brevetto per invenzioni e privilegi; aveva promosse società industriali ed agricole per allevamento di polli, per terre nell’Oceania, per concimi economici, e per altre cose di pubblica utilità; ma i tempi e gli uomini lo avevano male assecondato. Da ultimo era stato corrispondente d’un droghiere di Milano e d’un giornale di Genova.

Questi varii talenti dell’amico non li conobbi che più tardi. Il giorno in cui lo vidi per la prima volta, egli era per me il filosofo che precorre i tempi con gli ardimenti dell’ingegno; era il politico umanitario, il patriota inflessibile e puro, il giusto, il martire; era il mio ispiratore e maestro; era quell’incognita X che aveva misteriosamente dominata per tanti anni la mia esistenza, che m’aveva forzato a fare miei i suoi odii e i suoi amori, e che aveva posseduto tutto l’entusiasmo de’ miei giorni più belli. Io dunque mi presentai al maestro commosso e quasi tremante. La confusione sulle prime, facendomi velo agli occhi, me lo presentò circondato da quell’aureola, che la mia fantasia ammiratrice gli aveva tante volte prestata.

Il signor Bartolommeo non era bello. Aveva il viso butterato dal vaiolo, e gli occhi appiattati dietro un paio d’occhiali verdi. Era basso e tarchiato; il suo vestito non tradiva con indizii palesi la sua anima linda e pura. La ribellione de’ suoi capelli, contro gli ordini moderatori del pettine, era generale e permanente. Si sarebbe detto che l’abitudine del malcontento avesse sviluppato in lui una specie d’idrofobìa, che gli faceva fuggire istintivamente, tra le altre cose, anche l’acqua e gli specchi.

Appena ebbi balbettato il mio nome, Adalberto.... l’amico Bortolo mi abbracciò con premura, e facendomi capire ch’egli era molto affabile, mi chiamò il suo amico conte, e mi diede le ultime nuove di noi, dell’oggi e del dimani. Nella sua voce c’era una mellifluità che allora mi parve una cosa sublime. Non parlava d’altro che di se stesso, ma sempre con una grande modestia. Nei discorsi comuni era, come tutti gli altri, un uomo di questo mondo; e di più avveduto, pratico, positivo. Ma quando entravamo nella politica o nelle scienze sociali, pigliava un tono lento, ispirato, vaporoso, come se avesse digiunato per un mese in un deserto. Parlava con le note frasi e con lo stile di quando scriveva; ripeteva le vecchie formole con quell’accento di persuasione che pigliano le cose quando le si dicono sempre. Io ero più che mai in estasi e con la bocca aperta.

La brezza umida e fredda che spirava per via mi richiamò alquanto, com’ebbi lasciato l’amico, dalle fervide regioni del mio entusiasmo. Mano mano che ritornavo in me stesso, mi vedevo schierare dinanzi tutto ciò che avevo pensato di poetico sull’incognito amico, e tutto ciò che avevo veduto in lui di reale. Eran due cose che volevano a forza venire al paragone. Ma io tiravo diritto, camminando senza sapere dove mi andassi, e affermando risolutamente a me stesso che la realtà dell’amico Bortolo aveva superato l’ideale dell’amico X. Anzi fui lieto di poter scoprire una prova della mia inferiorità e una ragione di malcontento contro me stesso, perchè avevo lasciato in inganno l’amico, senza dirgli subito che mi chiamavo così e così, e che non ero che un povero speziale di campagna. Non avevo avuto il coraggio di confessargli la fanciullesca vanità con cui, fino allora, io avevo accettato un nome, che sulle prime mi fece parere più romanzesca la mia avventura di cospiratore. E poi m’ero sentito così piccolo, in faccia a lui, che non avevo saputo svestirmi di quella poca contea alla quale pareva ch’egli desse pure una qualche importanza.

Frattanto il giorno imbruniva, ed io cominciavo a sentirmi solo, smarrito, melanconico in mezzo a tanta gente che andava, veniva, mi urtava senza che ci trovassi una faccia nota od amica. Mi riposai alquanto alla locanda, dando la colpa del cattivo umore che mi scendeva addosso, alla stanchezza, al viaggio, al sonno. Alla lieta inquietudine del giorno innanzi, teneva or dietro l’inquietudine di chi si sente poco contento di sè. Uscii da capo, e, a chiuder bene quella prima che doveva essere la più bella giornata, mi feci condurre al teatro della Scala, che era pure una delle cento maraviglie che mi avevano fatto balzar tanto il cuore in mezzo alle mie montagne. Oh questa volta sì che la realtà mi parve, senza discussione, superiore all’ideale! I miei occhi correvano affascinati dal palcoscenico ai palchetti, dai palchetti al palcoscenico. Le ballerine mi sembravano angeli, e le signore mi sembravano dee. Mi sovvenne ch’ero venuto a Milano anche per le grandi emozioni del cuore, e mi sentii di subito innamorato di tutte quelle cento e cento divinità. Addio, povera Luisa! Il mio incanto era tale che non mi sentivo più padrone di me; applaudivo le ballerine, applaudivo le signore, e gridavo forte, o confidavo ai vicini tutta la piena della mia ammirazione. Ma a togliermi da tanta beatitudine venne un bisbiglio improvviso di gente che zittiva intorno a me: mi guardai in giro, e vidi che da tutte le parti si rideva alle mie spalle, e mi si gridava silenzio! Confuso e tutto rosso in faccia, avrei voluto le cento volte trovarmi su d’una cima delle mie montagne. Intanto si era calata la tela: queto queto uscii di teatro, e me ne andai diviato alla locanda. Quel primo giorno sognato, invocato da tanto tempo, poteva avere la cortesia di mandarmi a casa un po’ più di buon umore. Andai a letto senza far parola, e spensi subito il lume.


L’amico Bortolo sedeva come un sole in mezzo a cinque o sei satelliti minori che giravano intorno a lui; e tutti insieme poi giravano intorno a un altro sole che era parte, alla sua volta, di un secondo sistema planetario, retto anch’esso dalle leggi d’una più forte e più vasta attrazione. In pochi giorni ebbi imparata tutta questa astronomia; conobbi i principali satelliti bortoloniani, e fui ascritto all’associazione degli Stati Uniti d’Europa «Sezione Olona.» Le principali colonne della Sezione Olona, oltre all’amico Bortolo presidente, erano un regio impiegato, il ragioniere d’una casa signorile della città, e un giovinotto che si diceva negoziante e mediatore di carte pubbliche; «Sì ch’io fui quinto tra cotanto senno.» Non potei dire precisamente d’aver piantate le mie tende presso lo stato maggiore; ma ero talmente in vena d’ammirazione e di umiltà, che mi credetti fin troppo in alto sedendo vicino a loro. C’era bene un generalone di più alto bordo, ma lo si vedeva di rado. L’amico Bortolo era della sua costellazione, e i responsi noi non li avevamo che di terza mano. In breve conobbi tutti gli amici di Bortolo, e gli amici degli amici, ai quali tutti venni presentato come un forte cittadino delle campagne, «cosa che mi procacciava un inchino;» e come il conte Adalberto della ròcca merlata, «cosa che me ne procacciava tre.» Perduta una prima volta l’occasione di sconfessare quella contea, l’occasione non si presentò più. Cercai schermirmene qualche volta; ma appunto allora i miei nuovi amici si dicevano con più calore all’orecchio che «io ero un gran signore della provincia; che avevo Dio sa quanti milioni, quanti antenati e quante contee; ma che ero così puro, che non volevo nemmeno sentirne parlare.» Per quanto fosse grande la mia ammirazione per loro, più grande ancora era quella ch’essi avevano per me. E a furia di sentirlo dire con tanta serietà, e di vederlo così bene accetto, finii col persuadermi anch’io, d’essere proprio quel conte di cui si discorreva.

Uno, tra quelli che mi inchinavano di più, era l’impiegato regio. Dopo vent’anni di fedeli servigi e di schiena curvata dinanzi a una dozzina di Grafen della bassa Austria e della Stiria, suoi capi di ufficio, poteva ben dirsi maestro in fatto d’inchini, e d’inchini d’alta scuola. Per avere un sorriso dal suo Graf, all’incominciare della guerra gli aveva profetizzata la strage vicina dei piemontesi: ma, pochi giorni dopo, andato all’ufficio, il Graf non c’era più. Egli allora gittò in alto le soprammaniche di tela, e gridò: viva la repubblica! Da quel momento egli era diventato un uomo politico. Sfoggiando la scienza del giro che fan le carte dal protocollo all’archivio; dicendo plagas del governo nazionale, e denunciando come reazionarii gli uomini che uscivano dalle prigioni politiche dell’Austria, era presto salito in fama di grande amministratore, d’uomo indipendente e di vero liberale. Egli ci intratteneva tutti per lunghe ore con la sua scienza delle soprammaniche di tela; ed io meno ne capivo, e più rimanevo compreso per tanta dottrina e tanta avvedutezza.

La mia fantasia, che non sapeva essere un minuto contenta e tranquilla, giungeva talora a gettar perfino qualche domanda, qualche dubbio, in mezzo alla fede cieca, al culto ch’io professavo per i miei nuovi amici. Una volta chiesi a me stesso se non fosse più leale ed onesto il non ricevere paga da un governo che si vuol ingiuriare; se non fosse più secondo l’onore il rifiutargli il proprio giuramento e i propri servigi. Ma l’amico mio, mi risposi subito, non può fallare; e misi l’apparente contraddizione insieme a tant’altre che spesse volte mi davano nell’occhio. Anche l’amico ragioniere, il quale, professando i principii più inesorabili dell’eguaglianza, voleva eguali tutti di fatto come i numeri finali della scrittura doppia, non mi parlava che delle degnazioni della sua contessa, dell’amicizia e degli inviti del tal barone o del tal marchese. Conti e marchesi formavano le delizie del mio ragioniere e di qualche suo confratello che, al pari di lui, professava le teorie più pure della rivoluzione. Qual nèsso ci possa essere tra le aspirazioni democratiche e il culto dei blasoni non lo so....: ma certo un gran nèsso ci deve essere, se nella mia breve esperienza, nelle mie poche osservazioni sociali trovai così frequente la ripetizione di questo fenomeno.