Un altro fenomeno mi parve sulle prime l’amico commerciante, o sensale che fosse. Di suo non aveva che le chiacchiere che ci spacciava; eppure faceva negozi per centinaia di mila lire. Negoziava un giorno di carte pubbliche, un altro, se occorreva, di frutte secche; oggi era mercante, domani mediatore; non aveva professione di sorta, e le faceva tutte. Allegro, bontempone, discolo, era da mattina a sera in baldorie e in affari. Dedito anch’esso di fresco alla politica, si proclamava socialista, e chiamava code i suoi colleghi del circolo repubblicano; cosa che dava al circolo un po’ d’inquietudine, e a lui un po’ più d’importanza. Nemico del capitale, lo era un po’ meno degli interessi; ed io ne seppi più tardi qualcosa. Innamorato, estatico anche di costui, io mi abbandonai a occhi chiusi nelle sue braccia, ed egli si incaricò di fare la mia educazione cittadina.
Prima di trascinarmi nella sua voragine, l’amico sensale mi aveva trascinato dal suo sarto, il quale mi aveva subito messo alla moda come il sensale, ed anche un tantino di più. Infatti, se la moda voleva il soprabito un po’ corto, al signor conte il sarto glielo faceva di due dita più corto ancora; e se la moda voleva la giubba lunga, il signor conte aveva una giubba lunga una spanna più di tutti gli altri. L’amico m’aveva vendute certe sue spille e certi anelli che facevano lo specchietto, come quelli d’un cavadenti. Io poi mi versavo addosso tutte le mattine una boccetta d’acqua odorosa, e per lo più di muschio, che mi annunziava da lontano come l’avvicinarsi d’una moscardina. Con tutto ciò io non ero ancora contento di me, nè ancora avevo raggiunta quella tranquillità di spirito, e quel sentimento di superiorità, di chi ha la coscienza d’essere un uomo elegante. Io seguivo come una vittima il sensale in tutte le sue compagnie, e in tutte le sue baldorie; lo seguivo al teatro e al suo caffè, alle sale da ballo e ai suoi festini. Il mio buon amico non aveva risparmiato fatiche per ridurmi in breve alla moda cittadina, e dopo due mesi poteva già compiacersi di qualche buon risultato. La mia corteccia campagnola, combinata con le levigature del sensale, aveva fatto ridere qualche scioccone alle mie spalle; ma s’era poi detto che alla fine dei conti io ero un gran signore, e che morto un certo mio zio milionario e tiranno, io avrei ecclissati tutti quelli che la sfoggiavano per Milano. Io che sentivo queste cose, pigliai presto il partito di darmi certi modi un po’ eccentrici, un certo fare da originale, che è spesso l’espediente più a buon mercato per cavarsi d’imbarazzo, e passare per un uomo non comune. Il difficile a questo mondo è di farsi largo col buon senso. Soprattutto poi, io avevo bisogno di far del chiasso intorno a me; di fare come il ciarlatano, che dice di cavare i denti senza dolore, perchè lo strepito dei pifferi e della gran cassa copre le strida del villano. I miei sogni migliori cominciavano a fuggire dinanzi alla realtà. La mia anima forse mandava già il suo primo grido di disinganno; ma io non lo volevo ancora nè udire, nè confessare.
Un giorno l’amico ragioniere pensò di volermi presentare alla sua contessa. La sua contessa era la contessa Neni (diminutivo, per chi non se lo immaginasse, di Antonietta), la quale, unitamente al conte marito e ad una contessina di diciotto mesi, costituiva il casato a cui l’amico mio aveva l’onore di tenere i conti. Tra le molte e bellissime signore ch’io rimiravo mollemente sdraiate nelle loro carrozze, o a passeggio per le strade con l’incerto andare dei loro piedini, la contessa Neni aveva segnato il punto massimo della mia ammirazione. Al teatro, ove però avevo imparato a inebbriarmi in silenzio, mi pareva di essere in un Olimpo, e le signore mi parevano tante dee: ma se in mezzo alla mia estasi per queste belle compariva la contessa Neni, allora io le tradivo tutte, allora io non vedevo più che lei. Lei però veniva di rado: suo marito, nominato da poco sindaco in un villaggio di trecento anime, trovando comodo il self-government a ogni tratto era al villaggio, e non aveva preso nemmeno il palchetto alla signora. Come sono invadenti nei governi queste aristocrazie! L’aristocrazia aveva invaso un po’ anche me stesso; alla mia contea m’ero già abituato, e mi sentivo già capace di difenderla palmo a palmo dietro i suoi merli: le belle donnine del teatro e delle carrozze mi piacevano quasi più che l’amico Bortolo, e per loro piantavo, di tanto in tanto, le conferenze della Sezione Olona. Anche alle conferenze della Sezione Olona capitavano, a dir vero, delle signore, ma per una singolarità che mi diede più volte a pensare, erano quasi sempre un po’ brutte, o un po’ vecchie. Mi ricordo d’una in particolare che voleva essere chiamata cittadina e non signora, anche a rischio di venire confusa colle vetture che stanno in piazza; e che proclamavasi una donna dell’89, cosa che nessuno avrebbe messo in questione di certo. Se Prudhon m’aveva messo dei dubbi sulla mia divisa della fratellanza, questa cittadina me ne mise un vero spavento.
Al ragioniere dunque, a cui tante volte avevo parlato della mia ammirazione per la contessa Neni, era venuto in mente di farmi conoscere a lei, chiedendole il permesso d’una presentazione. Una signora difficilmente rifiuta di conoscere un suo adoratore; che se poi l’adoratore ha, come avrebbe detto la contessa Neni, un nome; se ha la riputazione di uomo eccentrico; la curiosità della signora cresce in ragion diretta di tutte queste qualità. Il ragioniere, che Dio sa quante storie aveva magnificate sul mio conto, mi annunziò il giorno e l’ora in cui avrebbe detto dinanzi alla contessa: «ho il piacere di presentarle il signor tale;» parole misteriose e sacramentali, che bastano a procacciarvi una stretta di mano e un sorriso gentile dalla più fiera beltà, che fino allora aveva avuto l’aria di non accorgersi nemmeno che voi eravate a questo mondo. A quell’annunzio del ragioniere, il mio cuore battè forte come nel giorno in cui mossi per la prima volta alla casa dell’amico Bortolo. La fortuna mi conduceva per mano verso il mio secondo ideale; forse mi schiudeva le scene d’una passione drammatica, quale io l’avevo sognata! Avrei voluto preparare qualche squarcio di eloquenza e di poesia, per fare buona figura nei discorsi, certo sublimi, della contessa: ma la mia commozione era tale, che non fui capace di accozzare quattro parole in cui ci fosse il senso comune. Mi rassegnai, e mi raccomandai alla Provvidenza.
Nell’ultimo gabinetto d’un quartierino piccolo, ma in un bel palazzo grande, adagiata o quasi rannicchiata sul fondo d’una poltrona, si vedeva come in iscorcio una elegante personcina, ravvolta in non so quanti metri d’una bellissima stoffa, e che si chiamava la contessa Neni. La contessa Neni sedeva nel suo quartierino come la regina dei mille ninnoli che la circondavano, e delle mille figurine di porcellana, da cui pareva eletta a suffragio universale. Essa aveva lo sguardo languido delle donnine in porcellana chinese, il bianco delle figurine di Sassonia, le pose molli delle piccole pompadours di Sèvres. Essa poi conosceva a fondo la storia e la natura di questi suoi sudditi, e ne parlava continuamente da sovrana premurosa e illuminata. E quante volte non ebbi io la bontà d’esser geloso d’un mandarino chinese, d’un villanello di Sassonia, o di qualch’altro individuo di quel regno innocuo e silenzioso? Al qual regno innocuo e silenzioso appartenevano anche, per non tacere di nessuno, tre giovanetti galanti, che, innamorati della contessa, le facevan la corte contemporaneamente e senza guerre civili, contenti di sedere intorno a lei tre ore al giorno, senza dire una parola, mandando solo qualche sospiro, e cambiando di tanto in tanto la positura sentimentale. Se il silenzio può essere eloquente, questi tre giovanetti erano tre Demosteni; ma si incaricava di parlare per tutti e tre un uffiziale francese, ch’era anch’esso molto assiduo presso la contessa.
Di questi quattro signori appunto si componeva il crocchio della contessa nel momento in cui il ragioniere, con molta sommessione, e con molta compiacenza, mi presentò, sfoggiando i titoli annessi alla mia ròcca. La contessa mi accolse con un sorriso gentile, e mi porse una piccolissima manina, ch’io, a buon conto, non presi, per la soggezione e per il timore di farle male. Io ero tutto in nuovo. Avevo le scarpe nuove, un vestito nuovo, un solino nuovo, che mi segnava un giro rosso intorno al collo, e mi ero profumato con una boccetta nuova. I tre signorini non diedero segno di vita, e finchè non fui presentato anche a loro, finsero di non avvedersi nemmeno della mia presenza, come se fossi un infusorio. Io però mi accorsi d’una certa occhiata con cui mi misurarono da capo a piedi, e alla quale tenne dietro un certo sorriso che mi fece, non so perchè, diventar tutto rosso. Quei tre se ne stavano seduti o, per dir meglio, sdraiati, chi su una seggiola, chi dentro una poltrona. Mutavano di posa a ogni tanto con una disinvoltura affettata; e sebbene mi avessero subito inspirata una profonda antipatia, pure, con la coda dell’occhio, gli osservavo per imitarli in qualche cosa. Ma non m’arrischiai di seguirli in quelle evoluzioni, che mi parvero del resto un po’ troppo confidenziali ed anche abbastanza volgari: mi attenni alle regole della mia prima educazione, e rimasi seduto col busto diritto, e con le mani distese sulle ginocchia, come mi aveva insegnato il mio rettore. I tre signorini tacevano sempre; taceva il ragioniere, taceva la contessa, e non parlava che l’uffiziale francese. Io credetti quella prima volta che il tacere fosse una cosa grandemente signorile, e non è a immaginarsi come mi tenessi scrupolosamente chiusa la bocca. Ma il Francese m’ebbe presto piantati gli occhi in faccia, e in un minuto mi diresse non so dire quante domande. Io avevo imparata la lingua francese da quel rettore del collegio, che nelle mie valli aveva tanta rinomanza per le lingue morte. Capii difatti ch’egli mi aveva appunto insegnata una lingua che non si parla. Figuratevi quale spavento fu il mio! Ma fortunatamente l’uffiziale dopo il dites-moi, monsieur, senza tirare il fiato continuava, vous dites donc.... ed io gli facevo un risolino compiacente, compiacendomi moltissimo che rispondesse lui per me.
Io tacevo sempre, e le cose continuavano benino. Ma la contessa Neni, vedendo che da un quarto d’ora non s’era parlato di lei, interruppe a un tratto la conversazione con un ah! accompagnato da un lungo respiro e da una posa un po’ più languida di prima; il che sommato voleva dire che c’era una improvvisa sofferenza da dividerci tra noi sei. Si scossero infatti i tre giovanetti, e si fecero flebili più che mai: «Che fu? che c’è?» La conversazione si fece subito pietosa, e la contessa Neni con un certo imbarazzo studiato, elegante, ci parlò d’un maluccio che le era capitato, un enfiatello, se ben mi ricordo; ma non un enfiatello comune; un enfiatello che doveva moverci a grande pietà, ma parerci nello stesso tempo una cosa straordinariamente poetica. Mi parve a un tratto che i miei compagni di pietà invocassero un rimedio dal cielo, ed io in un eccesso di commozione e di zelo, facendomi di nuovo tutto rosso, saltai su a dire: «Ci vorrebbe un ce....» Lo sapevo ben io che cerotto ci sarebbe voluto, ma mi parve in quel momento che a pronunziare la parola cerotto tutti si sarebbero accorti ch’ero uno speziale. Mi fermai in tempo; ma mi si appannò la vista, e mi credetti perduto. Per fortuna però c’era stato il Francese, che al mio primo aprir bocca, non volendomi lasciare la priorità dello specifico, aveva ripreso lui il filo delle mie parole, insegnando alla contessa tutto quello che ci voleva. E non le disse questa volta, delle chiacchiere; le insegnò un buon empiastro, e proprio quello che ci voleva; talchè mi balenò alla mente, che anche costui, siccome si faceva dare del conte, fosse conte di una qualche ròcca merlata come la mia.
Di lì a poco l’amico, dicendo di avere cento belle che l’attendevano, si alzò, e se ne andò. Mi sentii un gran peso giù dalle spalle; e così se ne fossero andati anche gli altri, perchè io ero talmente in fiamme, che in quel momento mi sentivo il coraggio di proporre alla contessa per lo meno una fuga. Io non avevo ancor provato a trovarmi solo dinanzi a lei, e a non sapere aprir bocca.