«È una persona amabilissima....» incominciò a dire la contessa, pigliando le redini della conversazione, e conducendola tutta da sola con un’arte finissima di parlar sempre, e in verità dicendo pochino. «È una persona veramente di garbo, una persona proprio della società....» Ma poi tra questi francesi ce ne sono di curiosissimi! Si figurino che un giorno ne ho veduto uno, un maggiore, credo, ma che non è della società, e che si chiama monsieur Pigeon. E vogliono ridere? È legittimista! Che sieno legittimisti il colonnello de la.... e il marquis de.... che vedo frequentemente, lo capisco benissimo; ma lo strano è che uno si permetta d’essere legittimista quando si chiama monsieur Pigeon! E mi si dice che ce ne sieno degli altri come costui. Oh siamo molto più liberali noi!...

«Com’è liberale la contessa!» dicevo frattanto tra me stesso, in mezzo al mio entusiasmo.

«.... Io sono d’avviso che in società si devano rispettare tutte le opinioni, anzi io sono molto liberale; ma mi pare poi assai ridicolo che tutti quelli che passano per strada si credano in diritto di avere delle opinioni che non sono punto fatte per loro.»

«Oh certamente! contessa,» dicevano frattanto qua e là i tre signorini; e il ragioniere accompagnava il tutto con un risolino di piena approvazione.

«E lei dunque si chiama Adalberto....» riprese la contessa a proposito del discorso di prima. «Adalberto! che bel nome, è un nome che mi piace tanto!» E socchiudendo alquanto gli occhi, come soleva in fine d’ogni sua frase, lasciò giungere mollemente fino a me una guardatina, che mi accese ancora più, e mi fece tremare da capo a piedi. In buona fede me la pigliai tutta per me, e come di buona valuta. Non fu che più tardi che vidi quelle mezze guardature scendere allo stesso modo, freddamente su tutti; e più tardi ancora che mi spiegai, colla chiave di quelle occhiate, l’immobilità dei tre giovanetti e di quanti si dibattevano intorno alla contessa Neni come cingallegre sui panioni.

«E nelle sue terre lei avrà anche dei castelli?» riprese la contessa.

Ebbi un minuto di esitazione. La guardai in viso.... ma era così bella, che le risposi di sì! Che sciocco! Eppure in quel momento non ebbi altro rimorso che d’aver detto una cosa non vera a un angelo come lei, che doveva essere tutta ingenuità.

La contessa riprese la conversazione sui castelli, ma io non tenni dietro più al filo del suo discorso. Io non avevo in pensiero che quell’occhiata, e ne stavo spiando una seconda. Ma per quel giorno la seconda non venne; e ne incolpai tra me il povero ragioniere, che mise fine troppo presto alla visita, mentre io non me ne sarei andato più.


Aspettando sempre la seconda occhiata, m’ero fatto ogni giorno più assiduo presso la contessa. Facevo le mie ore di contemplazione in società coi tre giovanetti e con tanti altri, perchè ogni giorno ce n’era uno di nuovo; correvo per le strade come un matto, o vi facevo delle lunghe fermate come un ladro, e la contessa non dava segno di avvedersene mai. Le occhiatine talora partivano, ma non venivano a me. Fui geloso or dell’uno or dell’altro, senza sapere però mai di chi lo dovessi essere davvero. Mi struggevo di sospetti e di rabbie, avrei voluto spassionarmene con lei, dirle il mio amore e le mie gelosie, ma ogni volta ero costretto a calar le vele dinanzi a un circolo di assediatori che ci stavano all’àncora, e innanzi alle manierine gentili, calme, e gelidamente seducenti della contessa. Le delizie insomma del mio ideale, le delizie di un amore romanzesco per una gran dama, le andavo assaporando tutte. E quando, stanco, incominciavo a sentire i primi gridi della rivolta dentro di me, allora.... allora capitava l’occhiatina a farmi rinnovare l’investitura di vassallaggio. Nè questi erano i soli intoppi che avevo trovati nella mia nuova vita. Eppure non sapevo staccarmi dagli antichi sogni fantasticati nel mio paesello!