Un intoppo però che avevo temuto e che non trovai fu quello del cerimoniale dell’alta società. Io avevo spese delle ore a casa mia a pensare come sarei entrato in una sala dorata; che cosa avrei fatto, che cosa avrei detto in un crocchio di dame e di cavalieri. Avevo lette sui libri le severe etichette d’una volta, e tremavo al solo pensarci. Tempo perduto! Se di tanto in tanto diedi un poco nell’occhio, fu perchè mi sentivo piuttosto timido nel pigliarmi i miei comodi in società con la franchezza degli altri. Con gli splendidi vestiti d’una volta, i cavalieri hanno lasciato giù anche le splendide maniere. Talchè oso dire che anche il galateo del mio rettore mi poteva quasi bastare. Io poi m’accorsi che la mia ròcca merlata, e i milioni della mia contea m’erano una gran bolla di indulgenza plenaria. Potei perfino lanciare qualcuna delle mie idee demagogiche che, come speziale, m’avrebbero fatto dare del briccone, ma che dette in guanti gialli mi acquistavano una certa riputazione di originalità; la quale è pure una delle vie che menano al buon genere.

Trovai piuttosto, e in breve tempo, un intoppo nei quattrini. Le baldorie con l’amico sensale, le spesucce per la repubblica universale, e la vita galante per la corte alla contessa, mi asciugarono presto quei pochi denari che avevo portati con me per studiare la farmaceutica. Il sensale mi intratteneva sempre dei suoi giuochi di borsa, dei suoi guadagni, e di milioni, di cui parlava come di cose di sua intrinsichezza. Una volta mi propose di associarmi a lui in una speculazione di carte pubbliche che, secondo un ragionamento chiaro e lampante, doveva in pochi giorni farci intascare una buona sommetta. Io, che gli avevo taciuto le mie strettezze, cercai di fare l’indifferente, ma accettai con la gioia secreta di chi vede venire in proprio soccorso una fortuna inaspettata.

Un mese dopo il sensale mi annunziò che per una stupida interpretazione, per parte del pubblico, delle cose politiche, noi avevamo perduto, sulle nostre carte, cinque mila lire. Mi pregò anzi che le pagassi io, ed egli si pigliava l’impegno di farmene guadagnare più del doppio nel mese seguente. Bisogna dire che io cambiassi molto di faccia a quell’annunzio, perchè il sensale s’accorse subito che in quel momento io mi dovevo trovare all’asciutto.

«Eh capisco,» prese egli infatti a dire sull’attimo; «capisco come non vogliate così presto far venire denari da casa vostra dove c’è l’abitudine, nevvero? di lasciar la muffa sui milioni! Ma non conta; lasciate fare a me. Dei denari ve ne procurerò io, e quanti ne vorrete.»

Detto fatto, mi portò le cinque mila lire. Io mi sentii venir meno dinanzi a quel primo debito così grosso; ma un po’ per l’imbarazzo in cui mi trovavo, e un po’ perchè nelle grandi occasioni io sono sempre uno sciocco, accettai. Allora l’amico mi provò come due e due fan quattro, che per queste cinque mila lire, secondo l’uso, io ne dovevo confessare ottomila; e mi fece firmare una cambiale. Poi le cinque mila lire se le tenne per pagare la perdita, assicurandomi che presto me ne avrebbe guadagnate altrettante, per quanto, diceva, le fossero inezie per me. Così rimasi bruciato come prima, e con questo bel guadagno per di più.

Nè passò molto che, impacciato com’ero, mi dovetti far coraggio, e calunniando l’avarizia del mio povero zio milionario, confessai al solito amico di trovarmi senza un quattrino. L’amico, dopo avermi canzonato un pezzo sulla mia timidezza da provinciale nel far debiti, e pigliandosi l’impegno di darla lui una lezione agli zii avari, s’impegnò di trovarmi una nuova sommetta, che cercai di moderare più che potei. Firmai dunque una seconda cambiale; e, ben inteso, per il doppio quasi di quello che dovevo ricevere. Ma il bello si fu che anche questa volta mi vidi sborsata solo una parte della somma, e in conto del rimanente mi capitò a casa una corba di roba e un quadro, che il mio creditore dichiarava di ignoto sì, ma rinomato autore. Io avrei forse perduti i sensi, se il mio buon amico non mi avesse subito provato che io avevo conchiuso un bellissimo affare, e che in città si faceva così.

La politica del navigare in mezzo a tanti scogli mi si faceva ogni giorno più difficile. Oh se avessi potuto rifare il primo passo! Ma intanto mi bisognava passare per un milionario col sensale, per un aristocratico con la contessa, e per un demagogo con Bortolo. Al fiero Bortolo tenevo scrupolosamente celato ch’io menavo vita elegante, e che passavo le mie giornate in casa d’una contessa, e, peggio ancora, in mezzo a tanti galli del Brenno, che così egli chiamava gli uffiziali francesi. Cercavo intanto di servirlo con tutto lo zelo nelle piccole combriccole che tenevan luogo di grandi cose; ed avevo cura di mostrarmi a lui un poco arruffato, e meno pulito, per sembrargli tanto più puro. Oh come mi paiono ancor più belle le mie montagne quando mi guardo indietro, e penso a tutta questa roba!


Eravamo alla fine del carnevale. Oh se avessi voluto confessare a me stesso, quanto mi era già riuscita amara la realtà delle cose che avevo sognate! L’amico X e il circolo dell’Olona erano proprio quel fior di poesia che m’aspettavo? «Chi sa!» dicevo allora. «E la gran dama?» La gran dama era più bella dell’amico X, oh questo poi sì! Ma in quanto alla poesia..., io non ne sono un giudice imparziale. Frattanto in grazia sua ne avevo inghiottite di molto amare. Quante volte non feci il proposito di rompere l’incantesimo, e di fuggire; e allora le scrivevo delle lunghe lettere di eterno addio, che mi affrettavo a buttar subito sul fuoco. Quando le susurravo qualche parola di amore, ella mi rispondeva con un viso severo; quando le lanciavo qualche parola di disperazione, ella l’accoglieva con la più schietta ilarità. Ma se tornavo rassegnato e tranquillo, allora ricomparivano le piccole preferenze, le seducenti amabilità che mi facevano perdere l’equilibrio da capo. Con tutto questo, dagli adoratori della contessa io ero piuttosto invidiato; talchè molte volte, dopo aver conchiuso ch’ero l’uomo più infelice di questo mondo, a poco a poco, pensandoci, mi persuadevo ch’ero fors’anche il più felice de’ mortali.

Il carnevale, sentivo dire, era in quell’anno uno dei più belli che mai si ricordassero. Ognuno sentendosi giù dalle spalle quella gran cappa di piombo che erano i Tedeschi, si abbandonava di cuore ad un po’ d’allegria. I milanesi poi amano di essere ospitali, e per quanto fossero positivi gli ordini in contrario della Sezione Olona, essi davano ai francesi una splendida ospitalità. C’erano state molte feste di ballo, contro le quali io avevo protestato nel circolo dell’Olona, accettando però l’invito nel circolo della contessa.