La contessa compariva di rado alle feste; la sua comparsa doveva essere un avvenimento. Era l’ultima ad arrivare, e la prima a partire; ballava una sol volta, e quel ballo, tra i suoi adoratori, era una grazia contesa e concessa un gran pezzo prima. Ella non doveva essere seconda a nessuna; e il còmpito non era facile in mezzo ad altre belle e ad altre potenze riconosciute di primo ordine. Bisognava dunque fare categoria da sè; e così la contessa seguiva un sistema compiuto di abitudini proprie, improntate tutte di una certa originalità. Ai balli veniva tutta sola, quasi con l’aria d’essere un pochino trascurata dal marito; cosa che le raddoppiava l’interessamento degli ammiratori, e le serviva al tempo stesso di scusa per tutte le volte che le tornava comodo di rimanersene a casa. Ella aveva sempre l’aspetto un po’ languido e sofferente; la sua eleganza non era che buon gusto e semplicità; il suo posto era là dove c’erano meno amiche, lontana dalla folla e dai confronti. Al giungere della contessa Neni si vedevano qua e là parecchie diserzioni; ma l’astro scompariva presto, e così la corona de’ suoi satelliti era sempre la più numerosa e la più fedele.

Un giorno, mentre io, dopo una delle solite burrasche, facevo le mie ore di contemplazione rassegnato e malinconico, la contessa, discorrendo d’una vicina festa di ballo, annunziò che vi sarebbe intervenuta; e mentre tutti si rallegravano del prossimo felice avvenimento, essa volgendosi a me d’un tratto, soggiunse: «e il mio giro di valzer questa volta lo voglio fare con lei.»

Non c’è vento di nord che possa vantarsi d’aver fatto in un subito tanto sereno, come ne fecero quelle parole su di me. Nè solo mi feci sereno, ma anche tutto rosso, come se fosse disceso un sole tropicale. Io non avevo mai osato di chieder tanto, sebbene gli altri l’osassero moltissimo. Decisamente i miei rivali avevano ragione di vedermi di mal occhio. «Per bacco!... cosa tutta spontanea, e a cui io non avevo pensato nemmeno, mentre ce ne sarebbero stati in lista tanti prima di me che da un pezzo pregavano e insistevano.... ma niente affatto!: cosa tutta spontanea!» ripetevo a ogni minuto tra me. E per gli otto giorni che ci furono d’intervallo tra la promessa e il grande avvenimento, nè l’Idea, nè il Bortolo, nè l’Umanità collettiva, valsero a farmi pensare ad altro.

E siccome anche i giorni più aspettati arrivano, e pur troppo arrivano presto, così arrivò anche quello del mio valzer. Per quanto sapessi che lei non sarebbe giunta alla festa che ad ora tardissima, pure, per esser meglio sicuro del fatto mio, quella volta fui dei primi ad arrivare; cosa che avevo imparato a non permettermi mai. A ogni specchio mi davo un’occhiatina da capo ai piedi, mi aggiustavo i capelli e la cravatta; e non ero niente malcontento di me. «Eh sì, lo puoi amare questo povero Adalbertino,» dicevo frattanto, «il quale non è poi un brutto giovane, perchè in fatto d’occhi e di capelli così neri, non faccio per dire...: e poi non è il più sciocco, credo, di tutti quelli che ti fan la corte.» Anche al sarto del sensale da qualche tempo avevo dato un addio; avevo imparate molte perfezioncelle di buon gusto; insomma, mi pareva proprio di andar benino. Le sale intanto si erano affollate da non potervisi più movere; ma, finchè non ci furono quelle dieci o dodici signore che costituiscono la vera gente, io susurravo con quanti mi imbattevo di mia conoscenza, che non c’era ancora nessuno. Facevo largo, e mi inchinavo leggermente quando ne compariva taluna, in modo che mi si poteva credere tutto di casa, ancorchè non la conoscessi che di nome. Che se poi ne passavano di quelle che non erano dell’Olimpo, io rimanevo inesorabile al mio posto, per non compromettermi, proprio come se non passasse nessuno. Mi lamentavo un pochino della musica; trovavo che c’erano pochi fiori, e che la luce non era ben distribuita. Insomma, come dissi, si poteva essere contenti di me. Avevo fatto un passo.... e che passo! da quando al mio paese, con un piffero, una tromba e un candeliere sulla stufa, si ballava in una stanza del fornaio con le ragazze del vicinato e con la Luisa....

Intanto giravo e rigiravo per le sale, procurando di darmi l’aria di non aspettar nessuno, per non comprometterla. Però m’ero portato cinque o sei volte fino alla scala; e incominciavo ad essere sulle spine. La contessa Neni fu proprio l’ultima a comparire. Entrò sola, e io la vidi subito; ma la calca di quella gente che non c’era, era tale, che non potei andarle incontro. Che peccato! Quest’era la volta che le avrei dato anche il braccio. Ci fu invece un altro più fortunato di me; e mentre io cercavo di farmi largo non la vidi più, e non seppi nemmeno da qual parte fosse andata. Chi non ha vedute che le festicciole del proprio paese, non può immaginare come in queste gran feste di ballo della città si possa mettere un’ora buona prima d’imbattersi in qualcuno che si cerchi. Ebbene, questo fu proprio il mio caso: e tutto affannato incominciavo già a dire «che la è inutile; ch’io sono un uomo disgraziato; che a me non le devono andar bene mai; che il mio destino è così....» quando mi trovai faccia a faccia.... indovinate con chi? col marito della contessa. Non avendo altro, avrei dato in quel momento tutta la mia contea, per evitare quell’incontro. Ma quel buon signore non mi lasciò il tempo di svignarmela, e venne a stringermi la mano con una certa cortesia piena di distinzione ch’era tutta sua. Poi, dopo qualche parola gentile, mi domandò se avevo veduto sua moglie, perchè sua moglie aveva chiesto di me per un certo ballo che essa mi aveva riservato. Allora gli contai il caso mio, ben inteso con tutta quella politica che ci mette un amante in una simile occasione; ed egli non solo m’indicò dov’era sua moglie, ma mi volle condurre presso di lei egli stesso. «Poveri mariti!» pensavo frattanto tra di me; «tutti eguali!» Ma anche questa volta non l’imbroccavo giusta. Nella pratica della vita io non ero che all’alfabeto, ed egli doveva essere già professore. I quarant’anni gli aveva salutati da un pezzo, e s’era dato alla botanica e alla politica; ma egli era stato uno dei giovani più brillanti del suo tempo, e nella scienza del saper vivere non celava la sua superiorità. Sapeva egli ch’io ero innamorato della contessa? Non lo so. Ma, conoscendo sua moglie, egli non poteva avere che una grande compassione per i di lei amanti!

La contessa mi fece il più seducente rimprovero per essermi fatto aspettare; poi con un abbandono, con una grazia che mi parvero cose angeliche più del solito, levossi di subito dicendo che non voleva ritardarsi il piacere di adempiere alla sua promessa. C’era lì accanto qualcuno che m’aveva l’aria d’esserne particolarmente indispettito; a me poi pareva che cento occhi mi seguissero pieni d’invidia e di gelosia. Io mi sentivo un palmo alto da terra. L’orchestra sonava qualche cosa di strepitoso che poteva essere benissimo un valzer; ed io pieno di un insolito ardire susurrai all’orecchio della contessa alcune parole ardenti come non avevo fatto mai. Essa le ascoltò; e vidi un sorriso sfiorare le sue labbra con tanta dolcezza che non m’ebbi più dubbio. «Oh sì! ella mi ama. Ch’io ti stringa dunque al mio cuore,» dicevo tra me col mio solito stile, «e nei vortici della danza noi scompariremo da questa terra.»

Eravamo giunti nella gran sala da ballo. Toccava a noi; io ero all’apogeo. Col piede alzato già attendevo la battuta... La battuta venne, ma più decisa delle altre per indicare che quella danza era appunto finita. Così non avendo potuto volare tra gli astri quella volta, era scritto che non ci dovessi volare mai più.


Quel tratto di sereno che mi parve un momento d’intravedere sul mio orizzonte, era minacciato da grossi nuvoloni che venivano tutto all’ingiro e si facevano sempre più cupi. Le faccende politiche del circolo andavano alla peggio. Si predicava alle arene del deserto. Un giornale, che l’associazione aveva fondato, e che si chiamava l’Azione, non aveva trovato azionisti, ed era caduto dopo un mese di vita, e con una dozzina d’abbonati. Bortolo s’era fatto più brusco e violento che mai. Il vento volgeva in tutt’altra direzione, e decisamente pareva che l’Italia volesse rifarsi a modo suo, e al di fuori di molte regole prestabilite. Si aveva un bel predicare alla gente che la via era fallata, che si principiasse da capo: la gente faceva le viste di non capire, e tirava innanzi. La corrente aveva mutato alveo, e noi, rimasti nel vecchio, ci potevamo contare. Anche nelle sfere più alte dei nostri correligionari avvenivano, io credo ogni giorno, rivolte, diserzioni; e Bortolo, che mi voleva fedele, mi teneva in basso, e non mi aveva mai lasciato far capolino al di fuori del circolo. La barca era arenata; ma noi seguitavamo a dare ferocemente del remo nel sabbione e nella mota.

Mano mano però che, in grazia della contessa, io andavo spogliandomi della pelle dell’orso, il veleno dell’eresia mi si cacciava sempre più nelle ossa, e qua e là mi spuntava nel pensiero qualche dubbio. In mezzo a tanta vita cittadina, io avrei potuto rileggere i miei articoli di fede a una luce più chiara; ma la fatalità aveva voluto che, ora dietro le tende di velluto della contessa, ora dietro le ragnatele del circolo, io fossi rimasto sempre all’oscuro. E soprattutto le tende di velluto, diciamolo pure, avevano lasciato tutto il resto in una tal’ombra, che la mia povera mente non sapeva più ritrovare il filo di nulla. Così per il moto contratto io seguitavo a trottar dietro ciecamente a Bortolo. Bortolo ogni giorno più declamava e si inferociva; e declamavo e mi inferocivo anch’io, perchè era il meno che potessi fare.