Ma come Bortolo fu persuaso che l’apostolato non dava frutto, egli che non era uomo da scotere la polvere dalle scarpe, e tirar diritto evangelicamente, pensò che oramai si doveva agire. Divenuto cupo e misterioso più del solito, decisamente egli meditava qualche piano di battaglia. Lo aizzavano particolarmente l’ex impiegato che sbuffava di vedere un tale, che nei tempi andati ci aveva messa la pelle, a quel posto dove per tant’anni egli aveva messe le maniche di tela; e l’amico sensale, il quale aveva bisogno d’un tafferuglio per raddrizzare col ribasso certe sue speculazioni che andavano alla peggio. Il buon uomo anzi non esitò a parlarmene chiaramente, associando alle osservazioni sull’apostolato militante, quelle sulla vicina scadenza del mese. Finchè s’era trattato di lasciarmi succhiare dei quattrini ora con le speculazioni, ora coi prestiti alla repubblica universale, non avevo osato fiatare; ma questa volta egli aveva dato un assalto alla mia coscienza, e la cosa, per fortuna, era un poco diversa. Ma il sensale mi canzonò prima sulla mia semplicità; poi, siccome io mi facevo serio, voltò tutto in burla, e ne fece delle risate. Ritornò qualche volta ancora sul discorso, ma con un fare che potesse parere anche una facezia, e burlandomi al tempo stesso perchè, a suo dire, mi spuntava un po’ di coda. Allora la coda non s’era fatta ancora così elastica; e non m’era capitato, come mi capitò poi di udire un ubbriaco chiamar codino un tale perchè camminava diritto. Questo scherzo dunque sulla coda non mi garbava nè punto nè poco, tanto più che l’amico me lo andava ripetendo in faccia ai colleghi e dinanzi allo stesso Bortolo. Ma Bortolo, ch’era più accorto degli altri, e che voleva conservarmi nella sua devozione, sapeva saltar di pie’ pari, e nascondermi fors’anche tutto ciò che non mi poteva garbare. Con me continuava a tenere quei lunghi discorsi, dalle frasi ispirate e sibilline, ch’erano tutto il mio pasto.

Eppure qualche cosa si tramava. Bortolo doveva avere per il capo qualche disegno, di cui nel circolo non si parlava, o che per lo meno mi si teneva nascosto. Mi rammento che avendo io detto un giorno che bisognava pur far progredire la rivoluzione italiana, mi fu risposto misteriosamente che bisognava innanzi tutto principiarla. Intanto il circolo era in aspettazione d’un personaggio che il solo Bortolo conosceva, e che doveva essere reduce da un giro diplomatico con missione secreta nelle province. Bortolo diceva «ch’era un onesto recatosi a rinfrancare la tradizione nelle affigliazioni della Associazione;» ma io, che avevo la fantasia in allarme, fui convinto più che mai che l’universo era minato, e che quest’ignoto veniva a dare il fuoco alla mina. «Oh potessi tu trovare un intoppo per via!» pensavo tra me. «Lasciami fare il mio valzer, e poi schiudi pure l’èra nuova.» L’Io, tutt’altro che collettivo, aveva fatto tali progressi in me, che per la mia felicità individuale osavo invocare una settimana ancora di oscurantismo.

Intanto io cominciavo ad essere sul serio agitato, e pieno di brutti presentimenti. Capivo che questo mio camminare continuo sulla corda, senza contrappeso, non poteva che finir presto con un capitombolo. Ma che cosa dovevo fare? Come sbrogliarmi dalla matassa in cui ero avviluppato? Oh avessi avuto un buon amico, avessi potuto imbattermi nel mio Marcello! Ma come trovarlo? Io ne avevo ben chiesto conto una volta a Bortolo, ma egli crollando il capo mi aveva risposto: «che non ne sapeva nulla, ma che credeva però che la prigionìa avesse in lui fatto disertare dal pensiero l’azione, conducendo questa nel campo della sètta delle maggioranze.» In verità avrei desiderato di saperne qualcosa di più, ma non avevo osato chieder altro. M’era venuta in fine la buona ispirazione d’una corsa al suo paese; ma ero nella gran settimana del mio valzer, e pensai: «ci andrò dopo.»

Il giorno che seguì il mio apogeo fui chiamato in fretta al circolo, perchè era giunto il diplomatico, tanto atteso, dalle province. Ci andai di corsa: vidi il nuovo arrivato.... e fu per me come un colpo di fulmine. Non c’era dubbio. Sulle prime, tutto vestito di nuovo, e col fare d’un personaggio, c’era da pigliarlo per un altro. Ma era lui; uno di quei due compatriotti della mia vallata, che avevo voluto evangelizzare dal tabaccaio a bicchierini d’acquavite; quello che aveva maggiori vedute nelle teoriche sociali, e che aveva anche il naso più rosso dell’altro. Era proprio lui, ed io mi sentii perduto.


Quando nella bottega del tabaccaio si parlava delle ingiustizie e delle sventure sociali, avevo sempre trovato in lui, voglio dire in quell’amico dal naso rosso, per ogni colpa umana, una grande parola di perdono. Sperai che, confessandogli le pene del mio cuore, egli avrebbe compatito all’inganno innocente nel quale avevo lasciato gli amici; sperai ch’egli avrebbe perdonato alla mia inesperienza, e che mi avrebbe coperto con l’usbergo della sua amicizia. Fu su questo tono che gli parlai. Sperai anche che non avrebbe sdegnato un tenue regalo (che non era tenue), il quale doveva ricordargli questo bel giorno della nostra amicizia. Infatti non lo sdegnò. Ma egli era una vittima dell’organizzazione sociale; la sua natura richiedeva qualche bicchierino di acquavite di più di quello che la società gli volesse dare nella sua attuale organizzazione economica. Questo deficit di bicchierini lo manteneva in istato di rivolta contro le altre leggi sociali che egli non poteva riconoscere; e così, ora che eravamo alla pratica, soffocò la pietà per una umana debolezza, e si tenne rigidamente nel campo della protesta.

Il giorno dopo, mi vidi capitare l’amico sensale col cappello fin sugli occhi, e col piglio poco confortante di un creditore che va da un debitore fallito, interrogandomi senza lasciarmi il tempo di rispondere, e montando su tutte le furie perchè non rispondevo. Mi accòrsi subito ch’io non ero più il conte della ròcca merlata, e che il diplomatico dal naso rosso mi aveva mariolato il regalo. Il mio castigo più grave l’ebbi proprio sulle prime; e fu il rossore di sentirmi colpevole e di dovermi giustificare dinanzi a quel fior di giudice. Tentai spiegargli, appena potei afferrare la parola, la fatalità che mi aveva tratto a quell’inganno puerile; ma mi accorsi che quello non era il capitolo importante dell’accusa. Allora potei anch’io mutare un po’ di tono, e gli dissi alto che se alla ròcca merlata non c’era annessa la contea, c’era annesso però un fonderello di quante pertiche occorrevano per pagarlo dei suoi bei negozii; e che dei due, a conti fatti, lo straccione poi non ero io. Parendomi che a questa ultima riflessione si rasserenasse un poco, tentai un nuovo appello caloroso a quei nobili sensi ch’io gli dovevo prestare per arte oratoria, perchè mi giustificasse presso gli amici. Gli parlai della fede che mi legava a loro, dell’opera devota ch’essi potevano attendere da me, della serietà mia in ogni più difficile prova.... Ma l’altro mi interruppe da capo; mi tirò sul terreno dei conti e delle garanzie; e poco tranquillo per il suo avere, mi piantò dicendo che andava a fare i suoi passi per mettersi al sicuro; e che quanto al resto, gli amici ne erano furiosi, che nessuno più avrebbe voluto saperne di me, che io gli avevo ingannati, e che degli speziali ne avrebbero trovati fin che ne volevano! I democratici! In quel momento giurai di volermi fare speziale.

Con la febbre che mi aveva lasciata addosso la visita di quel caro sensale, mi misi al tavolino, e scrissi una lunghissima lettera a Bortolo. Quella lettera rimase senza risposta. Nel circolo di Bortolo, ove si trovavano i sentimenti classici, come si trovano i brandelli di broccato nella bottega del rigattiere, questa severità di Bortolo sarà forse riposta a quest’ora negli scaffali come una merce di provenienza spartana.

Ero alla soprascritta, quando il mio uscio si spalancò di nuovo, e un secondo cappello, calato anch’esso fin sugli occhi, mi fece subito capire esserci un altro che veniva per fulminarmi ad occhiate. Era un altro spartano, il ragioniere; il quale in certe supreme occasioni, quando, per esempio, licenziava un guattero della contessa, sapeva trovare l’altitudine e l’accento d’una tale fierezza, d’una tale dignità, da averne di che intrattenere gli amici per un pezzo.

«Ma la si figuri!» incominciò a dire il mio demagogo, «uno speziale di campagna! E averlo condotto io dalla contessa! Ah, dunque gli è proprio vero.... e farsi condurre da me dalla contessa! Si figuri la mia responsabilità! Oh, ma io andrò dalla signora contessa e dal signor conte, ed esporrò loro il caso personalmente, e domanderò gli ordini per fare i miei passi sia per conto della nobil casa, sia, subordinatamente, per conto mio. Oh, la vedremo! Introdursi nelle case con falsi recapiti sotto il manto di un ragioniere onorato non solo, ma che fu chiamato come revisore anche in pubblici dicasteri!... Quali erano le sue intenzioni? Che cosa voleva lei perpetrare in casa della contessa? Io già gliela conto chiara.... e non so se mi spiego.... insomma io dovrò dire alla contessa che non posso più rispondere di niente, e farò rinnovare gl’inventarii....»