Il guaio di questo povero ragioniere fu quello di essere arrivato in un momento in cui, avendo dovuto giustificarmi due volte, non mi sentivo punto voglia di farlo una terza. Così, quando fummo a questo punto del suo discorso, lo pigliai per un braccio, e con tutta tranquillità, ma senza aprir bocca, lo misi fuori dell’uscio. Senza aprir bocca mi seguì il ragioniere, ma col passo un po’ più svelto del mio. Non so, nel racconto de’ suoi fasti, come s’acconcerà il buon uomo con quest’ultima circostanza; ma probabilmente concluderà col dire che, avendo io cercato d’alzare la voce, egli mi pigliò per un braccio, e mi cacciò di casa.

Mandai la lettera a Bortolo; mi chiusi in camera, e caddi nella mia poltrona stracco, sfinito per l’emozione e la vergogna. Mi copersi il viso con le mani; ma allora mi trovai in un turbinìo di pensieri e di fantasmi, ciascuno dei quali mi picchiava sui nervi del capo, e me li faceva dolere stranamente. C’era un po’ di tutto: c’era Bortolo, il circolo, il naso rosso, le cambiali, lo zio, Marcello, gli amanti della contessa.... la contessa! A questa apparizione dolcissima l’antico entusiasmo mandò il suo ultimo raggio, e, scotendomi, dicevo tra me: «Oh, tu fai violenza al tuo cuore, ma tu mi ami, io lo so! Adalberto è un nome che mi piace tanto, osò appena ripetere il tuo timido labbro, e il mio giro di valzer lo farò con lei.... parole semplici, ma profonde, dietro cui sta forse un intero paradiso d’amore! Oh con te io non avrò bisogno di giustificarmi, perchè le mie scuse te le suggerirà il tuo cuore.... Ma io mi giustificherò, perchè io dovevo essere franco e sincero con lei, che è tutta schiettezza e ingenuità!... Aspetterò le ore della sera in cui mi sarà più facile trovarla sola, e avere con lei un lungo colloquio. E allora quale entusiasmo non vedrò io brillare sulla sua fronte quando le dirò: signora, il blasone antico era mentito, ma io saprò deporre dinanzi a voi un blasone che incomincia da me!» I soliloquii di solito sono poco modesti; così non guardai molto per il sottile, tanto la chiusa mi pareva irresistibile, e, quel che è peggio, nuova.

Venuta la sera, corsi alla casa della contessa, con la mia parlata irresistibile bell’e fatta, e col passo sicuro di chi va alla vittoria. Ma il passo me lo fermò il portinaio, il quale mi gridò dietro in tutta fretta:

«Ehi, signore, la contessa non c’è.»

«Come?» ripigliai io, «ho veduto dalla strada le sue stanze illuminate....»

«È probabile; ma la contessa quando non c’è, non è poi obbligata a non esserci.... Del resto credo che la contessa per un pezzo non sarà in casa.... per cui, se vuole un mio parere....»

«Fatele annunziare subito il mio nome!»

«Ma.... se lei poi non capisce.... le dirò che ho già l’ordine di non farlo!»


Quella notte la passai tutta in progetti di duelli e in dubbii su chi dovessi ammazzare di preferenza, se il marito, il ragioniere, o gli amanti; me eccettuato. L’alba mi fece vedere un poco più chiaro, e pensai che a queste scene di sangue era bene far precedere qualche schiarimento. Conchiusi ancora che lei era innamorata di me, ch’era la vittima certamente di qualche dramma tenebroso, e che ad ogni costo bisognava ch’io la vedessi e le parlassi. Quest’era il punto difficile; ma, facendosi sempre più chiaro il mattino, mi balenò in mente, come spesso mi accade, un’idea vecchia; l’idea di ravvolgermi in una nera cappa, di mettermi una maschera, di calarmi il cappuccio sul viso, e di aspettare così la signora in un veglione al teatro. A render meno peregrino questo pensiero, ci era la circostanza che la sera ci doveva essere un veglione, e che io sapevo da un pezzo che la contessa ci sarebbe andata.