Dopo un’intera giornata, e non ci voleva meno, che impiegai nel provare a me stesso, come quell’ordine dato al portinaio doveva essere la prova irrefragabile che io ero appassionatamente amato, eccomi ravvolto in un domino tutto nero, triste, solo, tra l’onda gaia di maschere a mille colori, come un corvo in mezzo a un bel prato smaltato di fiori. Capii subito che esse non mi riconoscevano nessun diritto di concittadinanza: chi mi sospingeva a urtoni, e chi mi respingeva con un motto poco fraterno: mi domandavano se ero una spia, un ladro, o un marito geloso. Questa figura triste e solitaria era loro uggiosa come l’immagine del silenzio e della malinconìa, che forse li attendeva al mattino all’uscio di casa. Dopo una traversata lenta e burrascosa, giunsi al palchetto della contessa: mi guardai un’ultima volta in uno degli specchi del corridoio per accertarmi d’essere irriconoscibile; poi, fattomi un gran coraggio, aprii piano piano l’uscio, ed entrai. Il palchetto era affollato di visitatori e di maschere; vi si faceva un gran chiasso, e nessuno si accorse che fosse entrata una maschera di più. Mi alzai in punta di piedi per spiare al di là di una siepe di spalle che avevo dinanzi, per veder la contessa, e, pensavo tra me, per leggere nel suo volto mesto, turbato, una segreta afflizione del cuore; mi aspettavo proprio questa volta di leggere scritto sulla sua fronte: Adalberto.
Ma per quanto il mio occhio fosse propenso a questa scoperta, pure non gli fu difficile di vederci subito tutt’altro: sulla fronte della contessa non si leggeva proprio nulla. Bella, serena, contentissima di sè, non le si leggeva pensiero che si allontanasse dalle chiacchierine e dalle risate del suo palchetto: ma era forse un’illusione anche questa; e mentre i più loquaci della brigata la credevano tutta intenta alle belle cose che le andavano dicendo, la contessa forse pensava all’effetto ottico che ella faceva in quel momento traverso alle molte lenti che la fissavano da cento parti. Di queste analisi e di questi ragionamenti però, non ebbi tempo di farne in quel momento. Pur troppo mi accorsi subito a colpo d’occhio di qualcosa che non mi lasciava illusioni; e dalle punte dei piedi ridiscesi presto sui tacchi. Rimasi qualche momento come impietrito, e senza sapere quale indirizzo dare ai miei pensieri; quando una loquace mascherina in domino rosa che sedeva, al parapetto, di contro alla contessa, saltò su a dire:
«Cara Neni, me ne vado. Sono un poco infreddata, e a dirti il vero ero venuta qua nella speranza di trovare, tra i tuoi adoratori, lo speziale, per farmi dare qualche pozione o qualche pillola di lauroceraso.»
«Ah! lo conosci anche tu lo speziale! Aveva forse acceso un fornello anche per te?» riprese la contessa.
«Tutt’altro! Avevo imparato a conoscerlo, vedendolo sempre dietro di te come la tua ombra. Fu intraprendente lo speziale!: si fabbricò la sua ròcca... poi venne quaggiù a pigliare i merli! Dell’avventura ne parla stasera tutto il teatro....»
Qui la conversazione si rifece confusa e clamorosa come prima. Chi domandava di che avventura si trattasse; chi voleva sapere come la era andata a finire; chi non ne sapeva nulla, e voleva saper tutto in una volta; altri ne contavano de’ brani, con versione libera e fantastica; ed io frattanto, più ingrossava il mio romanzo e più cercavo di farmi piccino. Non potei afferrare tutto ciò che la contessa andava dicendo, e in cui c’era sempre di mezzo il ragioniere, diventato per il momento un procuratore; ma sentii che «.... il procuratore aveva tutta la colpa dell’accaduto, perchè doveva pigliar meglio le sue informazioni; ma che, essendo uomo di molta energia e di molta avvedutezza, aveva messo rimedio in tempo, ed aveva data allo speziale tal lezione di cui si sarebbe rammentato per un pezzo....»
«Oh! oh! l’apothicaire, l’apothicaire...,» gridava l’uffiziale francese, ch’era pure della compagnia, ridendo per tutti di qualche suo bel motto che non giunse fino a me, ma che sarà stato uno sfogo di rivalità tra apothicaire e épicier.
«Mi spiego adesso le sue opinioni politiche,» diceva un altro, «le quali erano esagerate appunto come le polizze del suo mestiere.»
«L’hai scappata bella, cara Neni,» gridava la mascherina dal domino rosa, «con un così terribile conquistatore! Egli si era prefisso di far girare il capo alle signore, e sfido io, quando s’accostava con quell’essenza di gelsomino, a non averne il capogiro!»
«Confesso» conchiuse la contessa «che io ero lontanissima dal crederlo un senza nascita. Vedevo bene ch’egli veniva da luoghi dove non c’è mondo, dove non ci sono modi. Eppure sulle prime quella sua aria di coq du village mi aveva divertito moltissimo. Adesso però era diventato oltremodo noioso; e l’essere ritornato a far lo speziale sarà un bene per lui, e la è di certo una gran fortuna per noi.»