In quel mentre nuove maschere, spalancando con grande strepito l’usciolo, vennero a cacciarsi nel palchetto. Nella ressa di chi voleva entrare, e di chi voleva uscire, io che ero, come ognuno già se lo pensa, tra questi ultimi, mi trovai per un momento nelle braccia dell’uffiziale francese, il quale mi pigliò per una delle maschere venute, e mi gridò scotendomi: «Oh, par exemple! êtes-vous l’apothicaire!» Pieno d’ira e di veleno io lo fissai col piglio di chi vuol provocare qualche cosa di luttuoso; ma l’altro non vide che l’espressione scipita deila mia maschera, e diede in risa più sgangherate di prima. Un nuovo urtone frattanto per parte di quelli che uscivano mi cacciò sul corridoio, ove mi ripigliò tra le sue spire la corrente della folla.

Mezz’ora dopo ero sotto la coltre; e convinto che il mio romanzo era finito, spensi il lume. Ma la notte, benefica sempre, matura i pensieri e i riflessi, quando non può essere apportatrice di riposo. La notte dunque mi disse che al mio romanzo mancava un capitolo ancora; un capitolo che fosse la conclusione del primo volume, e la prefazione del secondo: il quale però, a tranquillità dei miei lettori, non verrà scritto mai. Un capitolo insomma nel quale ci fossero quegli avvenimenti che, dopo la sua scappata fuori del nido, ridussero anche il passero della sorella del curato dalla bocca del gatto alla tranquilla esistenza sul letticciolo di bambagia.


Quella buona inspirazione di correre alla città natale di Marcello, e di buttarmi nelle braccia del mio vecchio amico, inspirazione a cui prima non avevo dato retta abbastanza, ritornò trionfatrice allo spuntare dell’alba, come una speranza, un asilo, dopo aver veduto per tutta la notte le fauci del gatto. Questa volta non indugiai. Allo scocco del mezzogiorno io ero già per le vie di un’altra città più modesta a chieder conto di Marcello; e poco dopo picchiavo alla porta dell’amico. Ci guardammo fissi un istante con quella tacita sorpresa di due vecchie conoscenze che, rivedendosi dopo molti anni, sentono il bisogno di raccapezzare in fretta il passato, e di fare un po’ d’inventario del presente. Nell’inventario del presente mi colpì la quantità straordinaria di capelli grigi ch’era venuta a frammischiarsi ai capelli nerissimi di Marcello: a voler dire da qual parte fosse la maggioranza bisognava chiedere la controprova. Marcello aveva tuttora l’aspetto risoluto e vigoroso; ma il suo volto portava le tracce delle sofferenze patite; le tracce dei digiuni, delle celle umide, e di cinque anni di ferri nelle fortezze dell’Austria. Ma la rassegna fu brevissima, perocchè Marcello ci pose subito fine stringendomi nelle sue braccia con l’antica vivacità e con l’antico affetto.

Marcello volle presentarmi ai suoi fratelli e alle sue cognate; tutta gente schietta, vivace, buona, che viveva in una sola casa, come in una sola famiglia, e in mezzo a cui si respirava una cert’aria di onestà, di semplicità, di cortesia che mi riusciva nuova e seducente: fino allora non avevo respirata che la brezza troppo cruda del mio paese, o la mal’aria del piano. A Marcello narrai tutte le mie vicende, e più diffusamente di quello che non abbia fatto scrivendole oggi; gliele narrai con tanta schiettezza, e con così poca misericordia per me, che ne lo vidi scosso ed afflitto più di quello che volesse parere. Egli mi strinse nuovamente nelle sue braccia, e mi disse che a metter riparo, e prontamente, a tutto ci avrebbe pensato lui. Mi disse mille cose che mi parvero ben più vere e più sante di quelle quattro che avevo imparate a memoria sul mio vecchio formulario. Mi additò per quali vie spaziose cammini il mondo da sè, senza bisogno che nessuno lo regga per le falde; e come, nel camminare, pigli mano mano le nuove provvigioni che meglio gli si confanno, rifiutando sempre le rancide, qualunque sieno. Infine mi insegnò il culto di una sua grande divinità, a cui egli teneva sempre fisso lo sguardo; divinità, il cui regno sembra talora non essere de hoc mundo, tanto si fa umile e piccina; ma che poi piglia la rivincita, e ricompare gigante nelle lotte e padrona del campo; e quasi sempre senza vestirsi da eroe: il Buonsenso.

Il giorno dopo Marcello partiva per la capitale dei miei debiti e dei miei disinganni, volendo ch’io rimanessi nella sua famiglia finchè non gli fosse riuscito di aggiustare le mie partite, e di levarmi con onore dagli impicci in cui ero caduto.

Ciò che più di tutto mi affliggeva, era il pensare al mio povero zio, che con qualche artificio avevo in quei mesi tenuto in inganno, e che mi credeva in tutta buona fede all’Università, tra le braccia della farmacia, prima scienza del mondo. Povero zio! Sapere in una volta ch’io l’avevo ingannato, ch’ero pieno di debiti, e che mi ero fatto beffare e ingiuriare da tanti! Ce n’era per lui da morire di dolore. Marcello che mi aveva letto nell’anima, com’ebbe rattoppate alla meglio le mie faccende, e in modo che almeno non avesse a immischiarsene un tantino l’autorità, andò fino al mio paese, e fece egli stesso presso mio zio quello che io non avevo il coraggio di fare. Così il buon vecchio seppe la disgrazia, ma non come l’avrebbe portata il vetturale che andava una volta per settimana al capoluogo del circondario; la seppe da una voce amica, che accanto alla mia scappata potè mettere una seria parola sui miei buoni propositi. Marcello suggerì allo zio tutte le buone ragioni, che lo zio forse non avrebbe voluto così subito confessare d’aver trovate, per perdonarmi. La sola lezioncina, che tacitamente lo zio mi inflisse, fu quella di pagare i miei debiti col vendere la vigna della ròcca merlata.

L’annata per i miei studii era oramai perduta; nullameno volli recarmi all’Università per farvi i primi passi nella mia riconciliazione definitiva con le storte, con gli empiastri e coi pestelli; e nel tempo stesso per non tornarmene così subito a casa. Temevo il banchetto del figliol prodigo. Il mio curato, tenero com’era delle storie antiche, sarebbe stato capacissimo di imbandirmi un vitello intero. Insomma, ritornando al mio paesello, avrei voluto farmi additare per qualcosa di buono, o almeno giungere fra i miei compaesani quando la loro fantasia, dopo aver fatta sui miei casi una lunga leggenda, l’avesse del pari dimenticata.

L’occasione d’aprire libro nuovo e pagina nuova, proprio come desideravo, non tardò. Per questa mia Italia, che amo come un innamorato, avevo detto delle ciarle molte, ma non avevo fatto mai nulla. Nel giorno sacro della guerra, io, sciocco, avevo protestato contro la guerra imbelle dei cannoni, in nome delle falci, dei chiodi, e delle formole terribili che stavano nell’arsenale dell’amico X. Nessuno nel mio paese aveva sospettato che quell’astensione fosse un grande eroismo, ma piuttosto l’avevano tutti creduta una gran paura. Anche lo zio mi avrebbe veduto partire di buon occhio, perchè il fare la guerra era per lui l’unica cosa che potesse gareggiare a questo mondo col fare le pillole. La fortuna volle che io potessi rimediare a tutto: io feci ritorno alle pillole, e l’occasione della guerra fece ritorno a me.

Le guerre però bisogna pigliarle come vengono, e non le si possono scegliere secondo i propri gusti. La nuova guerra non fu quella che mi avrebbe soddisfatto per tutta la vita; non fu la guerra ai forestieri. Anzi non l’ho voluta mai chiamar guerra; e solo dirò che sono andato anch’io a dare una mano fino in fondo allo stivale, perchè lo si potesse mettere a nuovo, e d’un solo colore. Non scriverò dunque le mie milizie; ma chi le vuol sentire venga al mio paese, dove le conto, per passare le sere d’inverno, in una edizione che ha il pregio d’essere corredata da un buon fuoco, e da una buona bottiglia; la bottiglia però non è più di quelle della ròcca merlata.