In una giornata d’inverno dell’anno seguente, io facevo ritorno al mio paese. Lo avevo lasciato con l’intento secreto di diventare uno dei generali degli Stati Uniti d’Europa, e ci ritornavo con la bisaccia e il cappotto sdrucito di soldato semplice: lo avevo lasciato con la febbre delle allucinazioni, superbo e iroso, e ci ritornavo con quella serenità d’animo che sola sa dare la coscienza dell’aver fatto il proprio dovere. Non ci volle che quel briccone di campanile del mio paese per mettermi il cuore tutto sossopra, proprio come se ci fosse ritornato l’io collettivo d’una volta. Appena lo vidi spuntare da lontano avrei voluto saltargli al collo e dargli un bacio, se mi è permesso dire così. Ma tra le cose che gli avvenimenti avevano messo di galoppo, non c’era la vettura del mio paese; ed era appunto questa che mi conduceva a casa di quel suo passo anteriore al risveglio nazionale. Presto m’accorsi ch’ero aspettato, e che gli amici mi avevano preparato un po’ d’ingresso trionfale. Primo a salutarmi fu uno sciame di ragazzi che gridavano a tutta gola, buttando in aria i berretti; poi gli amici, i parenti, i curiosi; e da ultimo la banda. La banda, per il paese e per me, era una grande novità. Lo zio parlava spesso dei tempi in cui in paese c’era la banda, ed egli era uno dei clarinetti; ma, sciolta dopo i trattati del quindici, la banda aveva fatto scriver molto ai Commissarii del distretto, e non doveva ricomparire che dopo quarantaquattr’anni. Al momento del mio ritorno la banda componevasi già di cinque parti; c’era un trombone, due trombe e due clarinetti. In principio del paese c’era un albero, piantato in mezzo della strada, con due bandiere e un cartello su cui si leggeva:
SALVE O PRODE CAMPIONE
DI QUESTO BORGO E DI QUELLE SCHIERE
CHE BELLONA CONDUSSE
E GLI DEI PROTESSERO.
L’iscrizione era del maestro: parecchi che non conoscevano Bellona, ne capivano poco, e volevano scommettere ch’ero stato invece con Garibaldi. Sotto l’albero c’era il curato e lo zio, il quale portava una gran sciarpa tricolore a tracolla e, soffocando gli affetti privati dinanzi ai doveri della cosa pubblica, mi riceveva come sindaco. Il curato mi lesse un discorso che incominciava colle Termopili e finiva, tra gli evviva degli astanti, con Maratona e con Austerlitz, per un riguardo allo zio. Al discorso non potei tener dietro, perchè subito dopo le Termopili, girando gli occhi, vidi poco distante un gruppo di ragazze che avevan l’aria di non voler essere vedute, e ch’io non riconoscevo più, tanto in meno di due anni avevano lasciato il guscio, e pigliato il fare riservato e vergognoso. Tra quelle ragazze ce n’era una che si teneva nascosta più delle altre, ma che io vidi per la prima, e che era la più bella di tutte. Appena mi parve di averla riconosciuta, mi sentii il viso farsi di brace. Ritrassi gli occhi; poi avrei voluto guardar di nuovo, ma non ci trovai più il verso. Guardavo in basso; e mi accorsi allora per la prima volta quanto fosse sdrucito e malconcio il mio cappotto: pensavo che, per aver avuta la febbre, in quel momento tutti mi dovevano trovare smunto e brutto; e poi vidi che avevo anche le scarpe rotte. Di bello e nuovo non avevo che una cosa sola, una medaglia d’argento appesa a un nastro azzurro, ancor lucida l’una e lucido l’altro. Avrei voluto che tutti fissassero quel punto solo, ch’era l’unica cosa pulita e in assetto che mi avessi. Oh, che storia lontana mi sarebbe parsa quella della contessa Neni se qualcuno me l’avesse richiamata in quel momento!
Il paesello, la casa, tutto, fino i pestelli mi parvero, da quel giorno, proprio quel letticciolo di bambagia su cui era andato a finire quel mio precursore d’avventure, il passero della sorella del curato. Non è a dire però che, proprio come lui, mi sia messo a vivere col capo sotto l’ala, passando da un sonnellino all’altro. Il capo invece io lo misi a partito, e cominciai col riprendere e col compiere quegli studi ai quali m’ero sempre ribellato in nome di quegli altri centomila studi, che mi avevano condotto sino allora a non studiar mai niente. Lo zio ne è tanto contento che non sa più star nella pelle, e non c’è storta al fuoco di cui non mi confidi il quid che ci bolle in secreto. Egli si è tenuta la direzione del laboratorio, ossia del suo fornello, ed ha lasciata a me la cura della spezieria. Siccome poi egli mi chiama sempre il militare, così voleva che sulla porta della spezieria ci fosse scritto: farmacia militare. La cosa non è andata a luogo subito per qualche mia osservazioncella; il progetto sussiste, ma lo si differisce di giorno in giorno. Lo zio poi ha desiderato di vedermi capitano della guardia nazionale; e da un anno infatti io sono a capo di tutte le forze di terra del mio paesello. Poi faccio tant’altre piccole cose.... perchè bisogna sapere che nella mia valle, non essendoci che un solo partito politico, quello del criticare, io mi sono messo in capo di crearne uno nuovo, quello del fare!
Lo zio adesso desidera.... e qui non guardatemi, perchè dovete sapere che non ho smesso ancora di farmi qualche volta rosso in viso tutto ad un tratto. Lo zio insomma è così contento d’essere zio, che vorrebbe diventare pro-zio. Ma non chiedetemene di più, perchè ciascuno è fatto a proprio modo, e il modo mio questa volta è quello di fermarmi qui.
Per finire poi la storia del paese, vi dirò che quel buon figliolo di garzone del fornaio non è ritornato più. È morto al Volturno; e gli fu messa una lapide in chiesa, che ricorda come anche il nostro paesello abbia dato il suo tributo all’unità della patria. Morì il curato; morì la madre della Luisa. Alcuni dicono che la Luisa vada presso una sua parente che sta lontano; altri dicono di no, e soggiungono che se ci andrà, farà in breve ritorno. Io che volli scriver presto, anzi troppo presto, questa mia storia appunto per non darvela compiuta, permettetemi che vi lasci nella curiosità, e non vi faccia pronostici. E quel diplomatico dal naso rosso? Lo vidi per il mondo ben vestito, ma da un pezzo non ne ebbi più nuova.
Che se poi aveste un’altra curiosità, la curiosità di sapere se di quel passero della sorella del curato io ne abbia fatto, proprio in tutto, il mio esemplare, allora prima di posar la penna lasciatemi dire una parola ancora. Quel passero col suo contegno severo aveva voluto di certo ammaestrare la mia giovinezza inesperta; e così gli avessi seguìti allora i suoi taciti consigli! Ad ambedue è capitata una spennacchiata del gatto, ma le conseguenze morali furono diverse, e con tutto il rispetto ch’io professo a quell’egregio mio precursore, non esito a dichiarare che non l’ho seguito nelle sue deduzioni, e che ho pigliato tutt’altro cammino. Evidentemente il disinganno aveva condotto quel passero allo scetticismo. Egli aveva perduta la fede nelle ali; la fede nei voli arditi e felici dal piano al monte, e dal monte, chi sa? alle cime inaccessibili, dove l’aquila tiene il suo nido. Egli più non credeva che a quei quattro salterelli che gli era dato di fare con le proprie gambe; ed anche alle proprie gambe egli guardava di traverso, nel saltellare, con un occhio in cui cercavi invano la vera fiamma della fede.
Io invece questa fiamma santa l’ho conservata; e credo nelle ridenti pendici lontane, e nei vasti orizzonti. Credo di più che la fede e l’ideale non abbiano nulla a temere dall’esperienza della vita, come l’oro fino non ha nulla a temere dal crogiolo. Delle scorie ne ho buttate via molte! e forse non ho finito: ma mi tenti invano, ombra del passero, se mi vuoi compagno dei tuoi salterelli sfiduciati! Tutto il mio scetticismo consiste nell’aver imparato che ci sono delle gemme fatte di vetro e di talco, e delle x che, a conto finito, diventano modestamente le frazioni d’un quattrino.