Milano, 1º dicembre 1867.
Amico carissimo,
Ieri, quando ci siamo incontrati al crocicchio delle Cinque Vie, tu mi hai fatte, tutte in una volta, mille domande, ch’erano ben naturali dopo tre anni che non ci vedevamo, ma che in quel momento erano troppe. Avevo sotto il braccio un fascio di carte, e nella testa un nuvolo di cose; eran due ore che correvo, per cento affarucci, da un ufficio all’altro, e non avevo finito. Era un viavai di gente da tutte le parti, e intanto tu mi domandavi, se lo rammenti, tutto d’un fiato «dove andavo, cosa pensavo, donde venivo, cosa facevo!»
Ad ogni domanda, lì sui due piedi, non ho potuto risponderti che con un urtone, e senza mia colpa, perchè erano urtoni di rimbalzo. Presso le mie gambe s’erano già fermati due carretti; c’era un incontro di omnibus, e veniva una compagnia della Guardia nazionale.
Tutto questo dimostrava come presso le cantonate sia difficile il raccontare anche una sola pagina delle proprie memorie. T’ho abbracciato in fretta; t’ho risposto che avevo mille cose a dirti, e che sarei venuto in casa tua a fare una gran partita di chiacchiere. Ma eccomi, stamani, una lettera del fattore che mi richiama in campagna; e così per un pezzo, addio chiacchiere. Ti voglio però pagare il mio debito.
Devi dunque sapere innanzi tutto che in questi tre anni non ho fatto un bel niente.
Fui anche ammalato, credo di mal di fegato: passai delle giornate intere chiuso nella mia camera, sprofondato in un seggiolone, e purchè le gambe rimanessero ferme, lasciavo che la fantasia camminasse come le faceva comodo.
Di tanto in tanto poi, figurati che buon tempo! pigliavo la penna per mettere in carta le ubbie che mi attraversavano la mente e le cose che mi facevano maggior colpo. Lo vuoi tutto questo scarabocchio? Leggilo, se hai del buon tempo anche tu, e ci troverai la risposta a tutte le domande che mi hai fatte, e anche a molte di quelle che mi avresti potuto fare se non venivano quegli omnibus e quei carretti.
Ti dirò di più che, sebbene io non avessi avuto da prima altro pensiero che quello di scrivere, per così dire, a me stesso, pure qua e là devo avere scritto proprio come se qualcuno mi dovesse leggere, tanto è naturale in chi racconta il bisogno d’avere chi lo ascolti. Leggi dunque tutto questo scarabocchio; così se avrò scritto, senza volerlo, una storia, potrò anche dire d’aver avuto un lettore.
Addio.