L’amico
Michele.
15 luglio 1865.
C’è dei momenti in cui è un gran bisogno dell’animo quello di scrivere una lettera. Convien però dire che un tal bisogno non lo sentano tutti, perchè de’ miei molti amici, non ce n’è uno che mi scriva una riga. Ma i miei amici hanno ben altro di meglio a fare: i miei amici sono diventati tutti uomini utili; il solo rimasto inutile son io. Confesso però che il silenzio altrui mi dà poco coraggio, per cui volendo proprio scrivere a qualcuno, la cosa più prudente è di scrivere a me stesso.
Ma per scrivere a me stesso bisognerebbe che scrivessi cose che interessassero me; cioè, le mie memorie. Le memorie di che? La sarebbe una bella pretensione per me che sono così poco un uomo grande! Eppure mi pento di non avere scritto un po’ di cronaca nei tempi addietro. Eravamo pochi allora, ma tutti giovani, caldi, pieni di fede e di poesia. Bei tempi! Cioè tempi brutti, perchè, a ragionar bene, bisogna dire che i tempi belli son questi in cui i pochi son diventati i molti. Ma a me diventarono molti anche gli anni, e tutt’altro che molti i capelli.
La poesia però ci ha perduto, e, per il meglio forse, non è più ricomparsa vergine e salda come prima. Nel quarant’otto s’era proprio creduto di andare in capo al mondo con una punta di ferro su un bastone e un vestituccio di tela. Ma senza questa santa ingenuità, chi avrebbe incominciato? Mi ricordo che anch’io, come tant’altri, essendo salito al potere, non mi parve in coscienza di fare abbastanza bene il dover mio in quel Comitato qual si fosse di cui facevo parte, finchè non fui vestito tutto di velluto, non ebbi una gran cintura di pelle, e non mi vidi piantate parecchie piume nel cappello. Chiesi l’obolo della vedova, feci comporre l’inno delle nazioni da redimere, e non so in quale occasione decretai indipendente l’Irlanda. Con tutto questo, se mi toccò la mia parte della impopolarità che accompagna il potere, l’ho dovuto al sospetto che appartenessi al partito della gente troppo positiva.
Oh santo entusiasmo, sublimi inezie, sapienti spropositi, dove siete voi andati a finire! Nessuno serberà memoria di voi? nessuno verrà a cercarvi nelle fosse dimenticate dei campi di battaglia, delle terre d’esilio e dello spianato d’una prigione? Delle vicende intime di noi povere sentinelle perdute che facemmo le veglie dal 21 al 48 la storia che cosa dirà? Nessuno, proprio nessuno avrà scritto in quei tempi la pagina quotidiana di quelle sante memorie? Nessuno che le abbia scolpite nel cuore, scriverà un libro che racconti ai nostri figli, ricchi, grassi e beati a buon mercato, quali erbe amare abbiano masticate i loro poveri vecchi, e quanta fede li ha mantenuti instancabili e ritti? Questo testamento va fatto, e manca al suo dovere chi lascia andare perdute le memorie di un così nobile retaggio!
Qualcuna di queste pagine la potrei scrivere anch’io. Io? E dàlli con quest’io! Da qualche tempo, senza dirmene nulla, è venuto a rizzar casa entro di me non so chi, il quale si prende lo spasso di soffiarmi di tanto in tanto una parolina all’orecchio e di farmi il precettore. È un precettore impertinente ed anche ignorante! perchè non sa che il mio dovere lo conosco senza che me lo insegni lui. Il mio dovere l’ho già fatto; adesso tocca agli altri, ed ho le mie buone ragioni per dire che ho finito; non foss’altro perchè sono ammalato; non foss’altro perchè non mi accomoda.
Io? La mia parte l’ho fatta, io, ed ora, basta. Aspirai tutta la vita a un punto, e vi giunsi, ma lo confesso, stanco e rifinito. La mi si lasci dunque contemplare questa bella Italia che mi si para dinanzi; mi si lasci gustare questo sospirato riposo, quest’aura di pace che mi ristora dopo tanta fatica e tanta arsione. Aura dolcissima! Ma gli è però un gran dire che queste brezzoline tanto desiderate, appena comincino a spirare ti fanno tirar su il bavero e mutar di posto perchè ti paiono di troppo. Ma cosa voglio dir io con questo? Voglio forse dire ch’erano belli anche i tempi passati perchè erano i tempi dei miei capelli neri e della mia poesia? Ma che poesia? La poesia forse delle spie?
No. Per oggi è meglio che la finisca, anche perchè, e lo so per prova, certi pensieri sono i peggiori nemici del mio povero fegato.