16 luglio 1865.

Questa notte col mio fegato è andata male. Ho fatto chiamare il medico, e sentirò che cosa me ne dice. Ma egli mi dirà di star allegro, di viaggiare e di andare a spasso. Dirà lui ch’io sto benone, o tutt’al più mi verrà fuori con la nevralgia. Quel mio buon amico dottore ha una gran simpatia per le nevralgie! — Ma possibile, gli domando io, che in cinque anni di Università non t’abbiano insegnato altro che a mandare gli ammalati a viaggiare o a passeggiare? — E lui ride; qualche volta però capisce d’aver torto; allora mi ascolta il cuore con l’orecchio, picchia di qua, picchia di là, mi fa cento domande e lo si direbbe persuaso pur troppo ch’io sto male. Ma un minuto dopo torna a metter tutto in canzonella, e se ne va. Un giorno mi disse ch’io sarei stato un bel caso per l’omiopatia. «E perchè no?» gli risposi «se la tua scienza rimane sempre muta, io dovrò bene ricorrere a qualche altra che parli.» — «Ah, tu vuoi la ricetta?» riprese il dottore «eccola qua.» E preso un pezzetto di carta scrisse sopra: recipe qualche occupazione, o un passaporto.

Un passaporto? A questa parola feci una triste riflessione: è spesso un estremo rimedio, anzi è la confessione che rimedi non ce n’è più, quando il medico dice all’ammalato: «bisogna mutar aria.» Fosse così? Non glielo domandai, ma sentii il bisogno di rispondergli e di trattenerlo.

«Non mi è nuova, caro dottore, questa tua grande idea di volermi vedere con una penna in sull’orecchio e un fascio di carte dinanzi. So bene che cosa vuoi dire con codesta tua occupazione. Ma te ne ringrazio. Io sono un vecchio cavallo di battaglia, e non ho groppa buona per la carretta. Se udissi la tromba del reggimento, ti ribalto il villano, e corro alla manovra. Tu sei più giovane di me, caro dottore, e non so se mi capirai. Non so come la pensino quelli del tuo tempo. Io, per conto mio, e per conto di quelli della mia età, ti dico che il nostro còmpito è finito. È inutile farmi la cera complimentosa, caro dottore; lasciami dire. Noi siamo stati i cavalieri erranti dell’Italia; per lei abbiamo sospirato e cantato; per lei siamo scesi soli in tutte le lizze, e abbiamo spezzate cento e cento lance. Ora ci vorresti tu chiamare al suo servizio per fare i conti e le spese della famiglia? Sapresti tu con tanta disinvoltura essere oggi l’amante, e domani il ragioniere della tua bella?»

Ma qui il dottore mi interruppe per dirmi bruscamente che tutti in Italia dobbiamo essere i servi e i padroni a un tempo; i sudditi e i legislatori; i mariti e i ragionieri....

«Benissimo, dunque; ma allora ti dirò che io mi sono più d’una volta innamorato, ma che non ho voluto prendere moglie mai. Sì, in Italia il matrimonio è fatto, e i figlioli saranno una gente fortunata che le altre famiglie, forse, invidieranno. Ma l’antico amante, caro dottore, ha poetizzato di troppo tutta la vita, e non sa prendere con disinvoltura la vita coniugale. Ha veduto sempre da lontano la sua bella, misteriosamente ravvolta in tutto ciò che di più splendido e di più poetico gli offriva la fantasia. Erano più divine che umane le sue forme, ed egli credette in buona fede d’essere il fidanzato d’una Dea. La moglie venne in casa, bellissima, ma di questo mondo. I contorni vaghi e indefiniti divennero da quel giorno linee precise a cui la fantasia non può nè aggiungere nè togliere nulla. Quel velo aereo che la ravvolgeva, si mutò in vesti di mussola o di seta, di cui il marito conosce il costo sino all’ultimo quattrino. La Dea dalle grandi chiome, dalla fronte serena, dall’incesso maestoso, ha il suo fintino di trecce posticce, i suoi quarti d’ora di malumore, i suoi momenti di restìo. È benefica e grande, ma bisogna pagarle i debiti. Lo sposo ripete le frasi del suo amore, ma vengono a interromperlo i conti della cucina. Egli è felice, ma vissuto sempre tra le nuvole, ora che è calato a terra, al pari delle rondini, stenta a muover le gambe.»

E il dottore intanto rideva più che mai, e mi domandava la conclusione.

«La conclusione è che questi antichi ammalati, come diresti tu, di poesia e di amore, il giorno in cui toccavano la mèta avrebbero dovuto morire! Chi poi non ha avuto il buon senso di morire davvero, procuri di rimediarci alla meglio, e faccia quello che intendo di fare io per quel po’ di tempo che mi rimane: si ritiri dal mondo e si faccia fare il funerale come Carlo V. Eccoti il mio còmpito, caro dottore, che non è precisamente l’impiego che tu mi vorresti dare, ma che è il solo partito ragionevole a cui mi possa appigliare. E ci ho pensato seriamente.»

Il dottore sulla fine rideva un po’ meno e mi guardava fisso in volto, di certo per arguire, senza ch’io lo sapessi, se nel mio fegato prevaleva il giallastro delle cellule epiteliali o il rosso della congestione dei tessuti. Poi conchiuse subitamente, con la sua solita sincerità: «Caro mio, se tiri via di questo passo, finirai col diventar matto.»